LA GRECIA È IL PAESE DOVE SI LAVORA DI PIÙ.

Il paese che lavora di più in Europa è la Grecia stando all’analisi fatta dall’OCSE. Il paese che ha rischiato il default è dove si lavora di più ben 2034 ore l’anno. Tutte queste ore lavorate però purtroppo portano ad una bassa produttività rispetto al Pil, infatti si ferma a 36,2 ben al di sotto della media europea che si attesta a 50. Questa analisi dimostra come nel mondo economico attuale non basta aumentare le ore lavorate per aumentare la produttività e dunque il Pil ma bisogna saper lavorare ed essere competitivi con le allocazioni delle risorse in maniera ottimale. Bisogna far capire ai nostri politici e manager che quei giovani laureati che vanno all’estero sono il vero valore aggiunto e bisogna ad ogni costo trovargli posto all’interno del sistema produttivo, non basta più aumentare il numero di ore lavorate e pensare che tutti siamo uguali.

OSPECA

F.MARINARO

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Distribuzione del reddito: OCSE vs Italia

Con distribuzione del reddito indichiamo la ripartizione del reddito tra i membri della società. I problemi della distribuzione del reddito e della ricchezza sono da sempre rilevanti nella scienza economica, tanto che alcuni importanti studiosi hanno addirittura fondato tutti i problemi della economia politica sulle teorie della distribuzione del reddito.
Dagli anni sessanta, lo sviluppo economico si è basato su un graduale aumento delle diseguaglianze riguardo la distribuzione del reddito nei paesi OCSE, dove questo meccanismo ha alimentato la speculazione piuttosto che gli investimenti reali.
Grazie al rapport dell’Ocse ‘Growing unequal?’ possiamo vedere come si è evoluta la distribuzione del reddito negli ultimi 20 anni e confrontando la situazione italiana con quella di altri paesi come Germania, Francia, Regno Unito e gli USA.

L’aumento della diseguaglianza è stato caratterizzato dalla diminuzione della quota delle retribuzioni del lavoro sul reddito nazionale. Nel grafico che segue si può notare che questa quota è diminuita consistentemente nei paesi dell’OCSE, ma è caduta in modo più pronunciato in Italia, considerando non solo le retribuzioni del lavoro dipendente ma anche quelle relative al lavoro autonomo.

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La forte diminuzione della quota dei redditi da lavoro dipende in larga misura dall’evoluzione del salario reale. Secondo le stime del rapporto dell’ Organizzazione Internazionale del lavoro, a parità di potere di acquisto, gli stipendi reali sono diminuiti in Italia del 16% circa tra il 1988 e il 2006. In Italia la quota del reddito nazionale che si ottiene attraverso il lavoro è la più bassa tra i paesi che stiamo confrontando:

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La quota dei redditi da lavoro in Germania e Francia è diminuita seguendo l’andamento medio, mentre negli Usa e nel Regno Unito la quota è diminuita meno della media OCSE. Anche in questi paesi però la diseguaglianza è aumentata e nel caso degli USA enormemente.
Per capire meglio i mutamenti che riguardano la distribuzione del reddito dobbiamo specificare l’indice di Gini, ovvero l’indice di concentrazione dei redditi che assume valori compresi tra 0 e 1.
Il valore 0 indica la pura equidistribuzione, mentre valori alti del coefficente indicano una distribuzione più diseguale.
L’Italia risulta avere un alto indice di Gini, inferiore solo a quello degli USA. Germania e Francia hanno invece un indice di Gini inferiore alla media di 24 paesi dell’OCSE.

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Confrontando i redditi mediani, quelli del decile più povero e quelli del decile più ricco della popolazione mettiamo in luce la gravià della situazione italiana. Infatti, l’Italia ha I redditi minori rispetto la media OCSE e mentre sia per il reddito mediano che per il reddito del 10% più povero l’Italia è l’ultima tra i paesi considerati, il reddito del 10% più ricco risulta più alto rispetto alla media OCSE, anche rispetto alla Francia. Si tratta di un dato che mostra in modo inconfutabile lo squilibrio che il nostro paese vive, con conseguenze molto rilevanti sia sul piano sociale che economico.

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Vediamo come la distribuzione dei redditi è modificata dall’intervento pubblico, comparando i redditi di mercato con i redditi disponibili, calcolati tenendo conto dei trasferimenti dallo stato alle famiglie e della tassazione.
Secondo i dati OCSE in Italia l’effetto dell’intervento dello stato sulla diseguaglianza nella distribuzione dei redditi è superiore a quello dei paesi anglosassoni e alla media OCSE. Tuttavia risulta sensibilmente inferiore a quello della Germania e della Francia. L’Italia però si situa agli ultimi posti nell’efficacia distributiva dell’intervento pubblico. E’ necessario capire quanto la scarsa efficacia redistributiva dell’intervento dello stato sia dovuta all’alta evasione fiscale e agli sprechi nella spesa pubblica e quanto dipenda dalla struttura stessa della tassazione e dei trasferimenti. Dalle elaborazioni dell’ OCSE risulta in particolare che la progressività dei trasferimenti, e di conseguenza il loro impatto redistributivo, è molto minore in Italia rispetto alla media degli altri paesi, tanto per quanto riguarda le persone in età da lavoro che per gli anziani.

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I dati testimoniano in modo evidente che tutte le economie dei paesi sviluppati hanno subito un processo di redistribuzione dei redditi a favore dei profitti e delle rendite. Questa redistribuzione è probabilmente alla base delle cause dell’attuale crisi dove l’Italia ha assistito a un processo ancora più accentuato rispetto agli altri paesi.
Quello che è certo è che la politica economica, deve porsi come obbiettivo prioritario la maggiore efficacia dell’intervento redistributivo dello stato. Ogni classe politica ha il dovere di adempiere alla propia funzione del benessere sociale della nazione per risolvere le ineguaglianze di reddito che non sono solo ingiuste, ma soprattutto economicamente inefficienti. Emerge nella teoria economica, con sempre maggiore chiarezza, una stretta correlazione fra equità e crescita. Nei paesi dell’Unione Europea dove la ricchezza è distribuita in modo più egualitario, tramite misure mirate di contrasto della povertà e della disuguaglianza e vengono garantite migliori condizioni di equità e pari opportunità, si osservano sia maggiori livelli del prodotto per abitante, sia più performanti tassi di crescita.
In conclusione perseguire a una distribuzione egualitaria del reddito dovrebbe essere l’obiettivo della classe dirigente di un Paese.

Il Jobs Act

Il Jobs Act è stato presentato al mondo da Matteo Renzi quando al governo c’era ancora Letta e la crisi era solo un’ipotesi non troppo probabile, ed è stato il suo primo passo nella sua nuova carriera da Presidente del Consiglio.
Possiamo quindi paragonare il Jobs Act ad “un codice del lavoro che semplifica e racchiuda tutte le regole attualmente esistenti e sia ben comprensibile anche all’estero”.
Lo scopo principale del piano Jobs Act è ridare una spinta agli investimenti stranieri in Italia, per ottenere i risultati sperati si propone di combattere la burocrazia semplificando sia le norme del lavoro ma anche il sistema di forme contrattuali (al momento oltre 40), intervenendo sia sul lato del lavoratore (con gli ammortizzatori sociali per i disoccupati) sia dal lato delle imprese (riduzione del costo del lavoro). Gli interventi vengono focalizzati secondo un piano industriale specifico per tutti i settori: cultura, turismo, agricoltura e cibo, made in Italy, Ict, green economy, nuovo welfare ed edilizia. Il tutto con una tempistica progressiva entro il 2014.
Sul piano dei lavoratori si è intervenuti in maniera importante sulla disciplina del contratto a tempo indeterminato, con le disposizioni del Jobs Act è stato di fatto liberalizzata la stipula dei contratti a termine. Non è più necessario che il datore di lavoro indichi le ragioni che giustificano il termine (ossia la data di fine contratto). L’unica limitazione è nel limite del 20% dell’organico complessivo come numero totale di contratti a termine stipulati per le imprese con più di 5 dipendenti. Al di sotto di tale numero la stipula è libera, anche oltre il 20%. Mentre le proroghe consentite passano a 8 nei 36 mesi.
Il Jobs Act rende il contratto a termine stipulabile come un contratto a tempo indeterminato, senza la necessità di giustificarsi per l’opposizione di una data di fine contratto.
Se da un lato si deve pensare a chi il lavoro non ce l’ha, dall’altro non si può negare che gran parte del problema del mercato del lavoro italiano arriva dalle difficoltà a reinserirsi quando si perde il lavoro. Per questo ci si concentra verso gli ammortizzatori sociali, la volontà è quella di creare un assegno sociale universale a tutela di chi non ha il lavoro. Una sorta di paracadute che renda meno dolorosa l’uscita da un posto di lavoro e consente di guardare con maggior fiducia al futuro.
Questo assegno sociale presenta dei paletti da rispettare: chi usufruisce dell’assegno ha il dovere di seguire un corso di formazione e non può rifiutare più di un’offerta di lavoro, pena la sospensione dell’assegno. Il tutto gestito da un’Agenzia Unica Federale che coordini e indirizzi i centri per l’impiego, la formazione e l’erogazione degli ammortizzatori sociali.
Per il Jobs Act, se il lavoro e i giovani sono al centro del discorso, per il rilancio del Paese sono importanti anche le aziende, soprattutto le piccole e medie imprese (vero motore dell’Italia).
Il primo passo è il taglio del cuneo fiscale che rende oggi il costo del lavoro insostenibile. Si sono accennati possibili sgravi a favore delle aziende che assumo ma la proposta più perentoria riguarda la riduzione del 10% dei costi energetici sostenuti dalle imprese.
Un tema, quello della spesa energetica, molto sentito, visto che in Italia si vive in una cronica emergenza energetica e il fabbisogno viene soddisfatto dall’estero. Un problema, quello dei costi dell’energia, che inevitabilmente lascia indietro le aziende nostrane rispetto ai concorrenti europei.
Con il Jobs Act si lancia anche una chiara sfida: chi ha di più dovrà pagare di più, soprattutto se quella ricchezza non è produttiva per il Paese. Con ciò si fa direttamente riferimento a chi accumula ricchezza operando sul mercato finanziario; si vuole aumentare la tassazione sulle rendite secondo il principio “chi lavora paga di meno, chi si muove in ambito finanziario paga di più”. In particolare si propone l’aumento delle imposte sulle transazioni finanziarie, contestualmente alla riduzione del 10% dell’Irap delle imprese.
Il Jobs Act si focalizza sui problemi più urgenti del Paese pur inserendoli in una prospettiva più ampia, non focalizzandosi solo sulla questione del lavoro ma ampliando il discorso con aziende, questione e energetica e transazione finanziaria; ma nel testo mancano argomenti importanti, quali: sistema previdenziale (in riferimento soprattutto ai baby pensionati); donne che non lavorano o che vengono considerate professioniste di serie B; giovani laureati che fuggono e giovani non preparati allo sbaraglio nel mercato del lavoro. Non solo, perché se creare lavoro è importante, non è da meno migliorare la produttività del lavoro stesso, problema atavico nelle aziende nostrane come evidenziato dalle statistiche OCSE.
Dato il vero problema del sistema economico italiano: la carenza di una prospettiva a lungo termine che vada oltre gli interventi a breve termine che mettono in pace le categorie professionali ma non risolvono la crisi strutturale, il Jobs Act vuole essere qualcosa di complesso, parlando non solo di ciò che è necessario fare domani ma cosa è fondamentale fare per risolvere la questione strutturale.