PRIMA O POI VI MANDIAMO TUTTI A…..OFF SHORE!

La villa caraibica di Silvio Berlusconi. L’appartamento di Montecarlo dove alloggia il cognato di Gianfranco Fini. E poi lo yacht di Flavio Briatore. E poi ancora lo chalet di Sant Moritz del silenzioso commendatore milanese. La lista dei beni di uso personale intestati a società off shore è lunga. Sempre più lunga. E quanto è lunga! E viene, qua e là, saccheggiata nella polemica politica per avere argomenti da usare contro l’avversario. E’ restato finora sulla carta l’ambizioso tentativo di incidere sul delicato problema dei gruppi multinazionali con ramificazioni in Stati che non garantiscono la trasparenza societaria. E’ fenomeno diffuso la costituzione di gruppi nella cui complessa architettura si inseriscono società aventi sede legale in ordinamenti giuridici che prevedono scarsi controlli e pochi adempimenti contabili (c.d. società off shore); e ciò per beneficiare del più favorevole trattamento fiscale che tali Stati solitamente riservano alle imprese (c.d. paradisi fiscali). Nell’esperienza italiana (e non solo in questa), le società off shore sono state però anche utilizzate per realizzare discretamente spericolate speculazioni (ad esempio, forti investimenti in strumenti finanziari derivati), oppure operazioni vietate o illecite (creazione di fondi occulti, evasione fiscale). Per di più, tali rapporti societari possono essere agevolmente impiegati per occultare perdite. Ma vi chiederete voi: dove sta l’abuso? In realtà, gli abusi sono tre, ma procediamo con calma. Il primo riguarda lo strumento societario. Le società di capitali sono una cosa seria. Si intestano loro beni materiali e immateriali, titoli e denari per svolgere un’ attività imprenditoriale. Ma siccome l’impresa può anche perdere, la società di capitali serve a limitare la responsabilità del capitalista, e questo è necessario laddove il rischio sia tale da scoraggiare l’investimento diretto della persona. Capito? I costi dell’impresa vengono perciò portati in detrazione fiscale. E poi non ci si stupisca se la Guardia di finanza verrà a controllare. Complicato? Abbastanza. Ma allora s’intesti semplicemente lo yacht a chi di dovere e si faccia sapere al fisco che ci si possono permettere certe spese. La seconda furbizia? Eccola qua. Avviene quando la società, proprietaria dei beni d’uso personale, è situata in un paradiso fiscale dove l’azionista si nasconde dietro lo schermo di impenetrabili fiduciarie. Si ricorre alla società off shore non solo per risparmiare imposte, ma anche e soprattutto per rendere illeggibile la trama dei propri affari. In questi «paradisi» si perdono nel nulla le informazioni su chi compra da chi e a quale prezzo non solo case o terreni, ma anche merci imbarazzanti come le armi. Dulcis in fundo ecco qua il terzo e più grave abuso che si ha quando a commettere i primi due abusi sono persone con responsabilità pubbliche: politiche, amministrative, giudiziarie. A che serve infatti disciplinare rigorosamente e sottoporre a revisioni bilanci della controllante, se poi tali documenti sono redatti (anche) sulla base di dati contabili relativi alla controllata off shore che nessuno verifica? Insomma come mettere un semaforo in mezzo al niente, sarebbe un grosso buco nell’acqua; come asfaltare una parte del deserto del Sarah, sarebbe un tonfo nel nulla; come sperare che il legislatore intervenga in materia, questa sarebbe cosa gradita.

OSPECA
MICHELE FASCETTI

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