Bail-in e crisi bancarie

Il Consiglio dei Ministri ha recepito da poco la direttiva europea BRRD (Bank Recovery and Resolution Directive) che regolamenta le crisi bancarie. Voluta nel giugno 2013, nei giorni della crisi di Cipro e delle sue banche, introduce in tutti i paesi europei regole armonizzate per prevenire e gestire le crisi delle banche.

Il primo gennaio 2016 entrerà in vigore la direttiva europea sulla risoluzione delle crisi bancarie, una vera rivoluzione per le banche europee, compreso quelle italiane. Ma soprattutto per i risparmiatori e titolari di conti correnti.

Se fino ad oggi le banche sono state salvate anche con soldi pubblici, da gennaio 2016 qualora una banca sia in difficoltà non interverrà più lo Stato, ma dovranno farsi carico delle perdite anche i privati come gli azionisti, obbligazionisti. Se tutto questo non fosse ancora sufficiente a coprire le perdite interverrà un fondo che sarà finanziato dalle banche. Continueranno ad essere garantiti i depositi fino a 100mila euro.

Questo in gergo tecnico si chiama bail-in: difficile che correntisti e risparmiatori ne siano a conoscenza dei veri rischi e degli effetti collaterali della sua introduzione. Anzi, sicuramente non ne sono a conoscenza perchè non sono stati informati. Visto che anche il governo ha recepito la direttiva europea solo il 16 novembre 2015. Toccherà alle banche informare la clientela, si spera prima di gennaio 2016.

Un bail out si verifica quando un governo decide di intervenire con i propri soldi per salvare il sistema bancario. Questo succede per esempio con il famoso QE (quantitative easing) quando le banche immettono nuova liquidità comprando titoli tossici con denaro stampato ex-novo.

In Italia fino ad ora è sempre stato così, anche se in realtà i soldi sono fittizi. Però esiste un fondo di garanzia statale per i correntisti laddove la banca dichiari default. Ebbene, questo fondo sparirà con il bail-in. Questa misura viene intrapresa all’insaputa dei correntisti. Questo è esattamente quello che è accaduto a Cipro. Denaro per 4.2 miliardi di dollari è stato prelevato dai conti correnti dei risparmiatori.

Il ministro delle Finanze olandese ha dichiarato che il “bail in” diventerà una cosa normale man mano che andiamo avanti negli anni. Questo commento ha causato il panico! I mercati azionari Europei e Statunitensi hanno reagito molto bruscamente a questo commento. Successivamente il ministro è tornato sui suoi passi e ha ritrattato la sua dichiarazione.

La definizione di bail in data pubblicamente è la necessità per le banche di trattenere riserve addizionali allo scopo di essere in grado di fronteggiare le emergenze. Ma secondo Jim Sinclair, drago del trading in commodities, nel 2012 la FDIC e la Banca di Inghilterra hanno rilasciato un documento in cui si dichiarava che i “creditori chirografari” della banca si devono assumere la responsabilità di possibili bancarotte. E si prosegue dicendo che un accordo firmato tra le banche stabiliva che i “creditori chirografari” sono quelli che depositano soldi, cioè persone comuni come me e come Te.

Nella crisi ormai pluriennale che attanaglia l’area euro i primi interventi sono stati all’insegna del bail out, con la Ue corsa al capezzale della Grecia. Con l’aggravarsi della crisi di Atene però alcuni Paesi hanno iniziato a ventilare l’idea di coinvolgere i cittadini nei salvataggi per non far ricadere l’intero costo sulle spalle dei contribuenti dei Paesi creditori (in primis la Germania).

In Grecia, per esempio, è stato operato un pesante taglio al valore dei titoli di Stato mentre con la tassa sui depositi a Cipro è stato compiuto un salto di qualità nella strategia del bail in.

In altri termini, in caso di crisi sono gli stessi investitori a dover sopportare i costi del salvataggio della banca, e investitori, sia pure in misura diversa, sono non soltanto i soci, ma anche i creditori (cioè i clienti che depositano i loro risparmi in banca), che si vedranno sostituiti ai soci.

Ma i cittadini italiani hanno il diritto di conoscere quali sono le decisioni prese in sede europea? Soprattutto quelle decisioni che rischiano di costare loro parecchi soldi? La notizia risale ormai a oltre due anni fa, quando venne varata la norma dopo il salvataggio di Cipro. Ma fino a poco tempo fa, in Italia nessuno ne ha parlato. A sollevare la polvere nascosta ci ha pensato Ignazio Visco, governatore della Banca d’Italia. La norma stabilita da Bruxelles prevede che, in caso di fallimento di una banca, siano in prima battuta i clienti della stessa a pagare per salvarla. Lo Stato entrerà in gioco solo in un secondo momento. Il che vuol dire una cosa sola: i nostri conti correnti non sono più garantiti, o almeno non lo sono sopra una certa soglia. E quale sarebbe questa soglia? Lo vogliamo dire ai clienti? Lo stesso numero uno di Bankitalia ha detto che chiunque decide di versare i propri soldi in banca ha il diritto di conoscere come stanno le cose. Le parole di Ignazio Visco sono chiarissime: «Le banche dovranno adottare un approccio nei confronti della clientela coerente con il cambiamento fondamentale apportato dalle nuove regole, che non consentono d’ora in poi il salvataggio di una banca senza un sacrificio significativo da parte dei suoi creditori».

Ma in cosa consiste questo meccanismo e cosa comporta per i clienti delle banche? In sostanza, il deficit di patrimonio rispetto a quello necessario perché la banca possa continuare ad operare (la cosiddetta soglia minima di patrimonio) viene “trovato” non all’esterno, ma presso gli stessi finanziatori, che vedono i loro crediti convertiti (secondo una sequenza prestabilita, e con esclusione dei depositanti garantiti e pochi altri creditori) in capitale, fino al livello necessario a ristabilire la soglia minima.

Per effetto della conversione, i “vecchi” soci sono diluiti o esclusi dalla società. Contemporaneamente, la banca viene ristrutturata dal punto di vista operativo ed è capace di reperire liquidità grazie all’avvenuto rafforzamento patrimoniale.

Scendendo nel dettaglio, nel caso di un dissesto bancario non sanabile in tempi brevi e che metta in pericolo l’intero sistema, la Banca d’Italia potrà:

– vendere una parte dell’attivo;

– trasferire temporaneamente le attività e passività a una bridge bank (ossia a un veicolo costituito per proseguire le funzioni più importanti in vista di una successiva cessione sul mercato);

– trasferire le attività deteriorate a una bad bank (che ne gestisca la liquidazione);

– applicare il bail in.

Dal bail in sono escluse alcune passività:

– i depositi di importo fino a 100mila euro (protetti dal sistema di garanzia dei depositi);

– passività garantite come covered bonds e altri strumenti garantiti;

– passività derivanti dalla detenzione di beni della clientela (come ad esempio il contenuto delle cassette di sicurezza) o in virtù di una relazione fiduciaria (come i titoli detenuti in un conto apposito);

– passività interbancarie (ad esclusione dei rapporti infragruppo) con durata originaria inferiore a 7 giorni;

– passività derivanti dalla partecipazione ai sistemi di pagamento con una durata residua inferiore a 7 giorni;

– debiti verso dipendenti, debiti commerciali e quelli fiscali purché privilegiati dalla normativa fallimentare.

Il bail in si applica seguendo una gerarchia la cui logica prevede che chi investe in strumenti finanziari più rischiosi sostenga prima degli altri le eventuali perdite o la conversione in azioni. Solo dopo aver esaurito tutte le risorse della categoria più rischiosa si passa alla categoria successiva. Dunque i primi a dover sborsare il proprio denaro saranno gli azionisti, seguiti dagli obbligazionisti meno assicurati (le obbligazioni subordinate verranno coinvolte nel pagamento) e dai depositi bancari superiori ai 100 mila euro. La direttiva, dunque, garantisce solo i depositi inferiori a tale soglia (ma nella versione di Bruxelles esiste una legge delega che prevede che in caso di gravità eccessiva si possa abbassare la soglia).

Possiamo sentitizzare i soggetti e la gerarchie del bail in in questo modo:

1. Azioni e strumenti di capitali

2. Titoli subordianti

3. Obbligazioni e altre passività ammissibili

4. Depositi superiori a 100.000 € di persone fisiche e PMI

Sui depositanti va fatta un’ulteriore puntualizzazione oltre quella che i depositi fino a 100mila euro sono espressamente esclusi dal bail in. Anche per la parte eccedente i 100mila euro, i depositi ricevono un trattamento preferenziale: saranno infatti toccati solo nel caso in cui il bail-in di tutti gli strumenti con un grado di protezione minore nella gerarchia fallimentare non fosse sufficiente a coprire le perdite e a ripristinare un livello adeguato di capitale. I depositi al dettaglio eccedenti i 100mila euro possono inoltre essere esclusi dal bail-in in via discrezionale, al fine di evitare il rischio di contagio e preservare la stabilità finanziaria a condizione che il bail-in sia stato applicato ad almeno l’8% del totale delle passività.

OSPECA

Paolo Mitillo

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La politica keynesiana del Giappone

“Il nostro impegno è orientato ad aumentare le attese sull’inflazione e a liberarsi del trend deflazionistico del Giappone. Il nostro target sui prezzi è la chiave per porre fine alla deflazione.”Queste sono le parole di Haruhiko Kuroda, governatore della Bank of Japan.


Il piano di stimoli monetari della Bank of Japan e del governatore Abe ha contribuito in modo notevole a cambiare le aspettative sui prezzi di aziende e famiglie. L’obiettivo che il governo si è prefissato è l’inflazione al 2%, e pensa di raggiungerlo nel marzo del 2016. La politica monetaria attuata dal governatore Abe iniziata nell’aprile del 2013 con le famose 3 frecce ha contribuito ad aumento i salari del 1,2% per i lavoratori full time mentre del 3,8% per quelli part time.


I tre pilastri su cui si basa l'”Abeconomics” sono: una politica fiscale espansiva con un aumento di spesa pubblica di circa 10,3 trilioni di yen, pari al 2% del Pil coperto solo in parte dall’aumento della tassa dei consumi, Iva, che è passata dal 5% del 2013 al 10% del 2015. Una politica monetaria con l’aumento del doppio della base monetaria con un quantitative easing in stile americano e la terza un programma di riforme strutturali per accrescere la competitività del paese nel medio lungo periodo.

Alla base di tutto c’è l’idea keynesiana che la politica monetaria sia accomodata dalla politica fiscale, in altre parole il ministro delle Finanze, la Bank Of Japan dovrebbero agire di concerto. L’ idea di base di tutta questa struttura è che in un regime di cambi flessibili, un aumento della base base monetaria comporta un deprezzamento dello Yen e il conseguente aumento delle esportazioni che si traduce in aumento dei profitti aziendali e dei salari con alla fine un incremento della domanda interna e dell’inflazione.


Il ministro dell’economia del Giappone, sulla scia dell’indebolimento del prezzo del petrolio, del rallentamento della Cina e dei paesi emergenti e della paura della discesa dei prezzi, negli ultimi giorni ha sottolineato come “non ci sono limiti” alle opzioni della Bank of Japan, che potrebbe dunque inondare il mercato di ulteriore liquidità dal momento che sia i consumi che gli investimenti sono ancora deboli e che esistono rischi esteni, in caso di minacce concrete la banca centrale dovrà lanciare nuovi stimoli.

OSPECA

Fabio Marinaro

LA FEDERAL RESERVE

In questi giorni sono d’attualità le analisi sull’operato della Federal Reserve americana. Questi discorsi s’incentrano più che altro sulle modalità, le tempistiche e gli effetti del quantitative easing intrapreso.
Per comprendere al meglio i motivi di alcune scelte, è bene tener presente la storia della FED e le sue caratteristiche principali.

Il Federal Reserve System o, più semplicemente Federal Reverse, è la terza forma di banca centrale sperimentata negli Stati Uniti. La prima iniziò ad operare dopo l’indipendenza dalla Gran Bretagna. Fin da subito si comprese che la giovane nazione americana necessitava di moneta comune ai singoli stati federali. La seconda invece si ebbe tra il 1816 e il 1836.
Fino alla creazione della FED ci fu un periodo di free banking solo parzialmente regolamentato a livello locale dalle diverse istituzioni monetarie. In seguito a causa della Guerra Civile e di altre eventi, molte banche fallirono tra gli ultimi anni dell’Ottocento e i primi del Novecento.
I numerosi fallimenti delle banche e la crisi finanziaria del 1907 indussero le autorità americane a richiedere una ingente quantità di studi e analisi alla National Monetary Commission sul sistema monetario e finanziario statunitense con lo scopo di individuare il tipo di banca centrale adatto al proprio tessuto economico-sociale. La volontà era quella di riformare l’intero apparato bancario per tutelare l’interesse di tutti gli stati federali. Infatti la tendenza che si diffuse durante il free banking fu quella di favorire alcuni istituti, in particolare quelli della costa orientale.
Questo processo, travagliato per via delle differenti correnti di pensiero, portò alla decisione del Congresso degli Stati Uniti di fondare nel 1913 il Federal Reserve System.

Il nome ufficiale Federal Reserve System rispecchia la sua struttura. Infatti per favorire l’equità nei poteri, nel 1913 si optò per un particolare organigramma.
A capo di tutta l’organizzazione si trova il Board of Governors (BoG). E’ un organo formato da sette membri eletti dal Presidente degli Stati Uniti, non sollevabili dall’incarico, che ha la sede a Washington DC. Per le sue funzioni all’interno della FED, può essere visto come un consiglio direttivo.
Sempre di grande importanza è il Federal Open Market Committee (FOMC), composto da dodici membri: sette sono quelli del BoG, uno è il presidente della Federal Reserve Bank di New York e gli altri sono presi tra i presidenti delle banche centrali regionali. Il FOCM è responsabile della definizione delle operazioni di mercato aperto che consente alla FED d’influenzare i tassi d’interesse monetari e finanziari.
Infatti oltre alla sede centrale del BoG sono presenti dodici banche nelle città principali che condividono le responsabilità nel campo della vigilanza sugli intermediari finanziari e le loro attività. Una particolarità: le azioni di queste dodici banche possono essere detenute esclusivamente da banche statunitensi e non possono essere alienate. Altra particolarità di queste azioni sono i dividendi che fruttano pari al 6% come prescrive la legge. Gli utili rimanenti sono destinati al Dipartimento del Tesoro, fondato nel 1789, che gestisce il debito pubblico.

Nonostante sia un ente privato, la FED persegue finalità pubblicistiche che, per la maggior parte, sono rimaste le stesse dalla sua creazione.
Il compito principale consiste nello stabilire la politica monetaria nazionale potendo decidere la liquidità da lasciare in circolazione e nel porre condizioni creditizie tali da favorire la piena occupazione, la stabilità dei prezzi e moderati tassi d’interesse.
Inoltre controlla le istituzioni bancarie con lo scopo di preservare il sistema creditizio e finanziario nazionale e di proteggere i diritti dei risparmiatori. In particolare dopo la crisi della Lehman Brothers, sono stati intensificate le attività sotto questo punto di vista.
Da ciò ne deriva anche la supervisione dei mercati finanziari per evitare l’insorgere di bolle speculative.
Infine la FED fornisce servizi di tesoreria per il governo statunitense e diversi istituzioni ufficiali straniere.

L’importanza di questa istituzione va oltre le funzioni appena descritte. Gli investitori seguono con particolare interesse anche i documenti di sintesi riguardo la salute dell’economia nazionale elaborati periodicamente dal FOMC. Inutile sottolineare l’importanza di questi elaborati e delle dichiarazioni fatte per le potenziali ripercussioni.
In Europa abbiamo appena avuto un esempio eccellente di ciò. La BCE, per voce del suo presidente Mario Draghi, si è detta pronta ad agire, se costretta, nel mese di giugno. Da un cambio Euro/Dollaro di 1,3843 del 9 maggio al 1,3656 di oggi 15 maggio. Un abbassamento sensibile ed affatto scontato senza aver ricorso ad alcun intervento.

MISURE ANTI CRISI DELLE BANCHE CENTRALI

Con l’inizio della fase di crisi dal 2008 le banche centrali di tutto il mondo hanno iniziato a porre in atto un serie di misure per cercare di contrastarne o quantomeno limitarne gli effetti. A seguito della crisi finanziaria sono state varate azioni in larga misura e si utilizzando strumenti diversi, si sono preoccupate di sostenere l’economia, evitando deflazione e depressione, e di risolvere i rischi sulla stabilità finanziaria nel breve termine; in questo modo si è ridotta le vulnerabilità del settore bancario nazionale e contribuito alla stabilità finanziaria, mentre tassi di interesse bassi e acquisti di asset hanno reso le banche più solide.
Ad ogni modo, come già detto i miglioramenti ottenuti sono stati concentrati in particolar modo sul breve periodo e tuttavia i rischi per la stabilità finanziaria potrebbero essersi trasferiti altrove, per esempio verso fondi pensione o sulle compagnie di assicurazione.
Inoltre è fondamentale che le banche centrali tengano in considerazione i problemi collegati all’uscita da mercati su cui sono intervenute in modo massiccio, per esempio quello interbancario poichè eventuali passi falsi potrebbero influenzare negativamente le aspettative dei partecipanti e il funzionamento dei mercati stessi.
Va evidenziato poi come vi sia una rilevante disparità tra i fondi impiegati dalle maggiori Banche Centrali del mondo, Americana ed Europea per far fronte alla crisi: rispettivamente quattromila miliardi di dollari e duemila miliardi di euro. La disparità poi è inoltre evidente per gli strumenti disponibili, datochè la Federal Reserve può emettere base monetaria, come in effetti sta facendo, mentre l’Europa è condizionata dalla politica monetaria della BCE che escude di fatto questo canale. Il deficit dell’Europa è in crescita insieme al debito pubblic. Nell’area euro, le risposte dei sistemi economici nazionali alle misure di stimolo possono essere assai diverse, dipendono da vari fattori quali la propensione delle famiglie al risparmio ed al consumo, l’indebitamento delle imprese ed il livello di spesa pubblica. L’impossibilità per i Governi di usare la leva monetaria per inflazionare il debito lascia aperta un’unica via: il doverlo ripagare a caro prezzo. Prezzo che in gran parte graverà su imprese e famiglie ed inoltre le più deboli economie dell’euro potrebbero uscirne distrutte e costrette ad abbandonare la moneta unica.

OSPECA
FABIO MORELLI