Le banche e il territorio: un gran problema

Bcc di Terra d’Otranto, Istituto per il Credito Sportivo, Cassa di risparmio di Ferrara, Cassa di risparmio di Loreto, Cassa di risparmio di Chieti, Popolare dell’Etna, Popolare delle Province Calabre, Banca Romagna Cooperativa, Bcc Irpina, Banca Padovana, Banca Marche, Cassa Rurale di Folgaria, Credito Trevigiano, Banca di Cascina, Banca Brutia, questo elenco sembra essere il codice alfabetico delle banche invece rappresenta solo i nomi degli istituti di credito che sono stati commissariati nel 2015 dal nostro organo di vigilanza Bankitalia. Il “minimo comune divisore” di tutte è la componente “territorio” tanto esalata ed acclamata da tutti i banchieri come componente importante è indispensabile per fare banca. Tutte queste banche sono piene di sofferenze e i loro banchieri locali diffondevano il verbo del sostegno all’economia del “territorio”, in realtà venivano finanziate operazioni immobiliari di dubbia qualità che spesso raggiungevano fino al 40% degli impieghi totali della banca. Su 6,77 miliardi di impieghi, Banca Etruria ha il 32% di crediti deteriorati (2,88 miliardi).
Grafico n.1. Sofferenze nette e lorde banche italiane   

La caratteristica della territorialità è stata evidenziata dall’ex presidente di Banca Etruria Giuseppe Fornasari dopo l’aumento di capitale effettuato nel 2015 disse: “Un’ulteriore conferma del fatto che rappresentiamo a pieno titolo il ruolo di Popolare di riferimento del Centro Italia e di banca solida, dal corpo sociale coeso”. Bellissime parole che oggi dopo le vicende del salva banche in cui la stessa banca è fallita con dati drammatici: tredici ex amministratori e 5 ex sindaci hanno cumulato 198 posizioni di fido a loro concessi per ben 185 milioni di euro, utilizzati 142, con perdite per la banca di 18 milioni. Tutti questi dati fanno evidenziare come il modello territoriale ha favorito solo un sistema clientelare, cercando di mascherare per anni la volontà di affidare anche coloro che non erano meritevoli a livello di credito. Il futuro delle banche italiane ad oggi sembra ancora molto incerto visto quando il mercato è frammentato e radicato sul territorio e una riforma del sistema del credito e della vigilanza è molto urgente all’indomani dell’entrata in vigore del Bail-in nel quale le banche posso fallire e lasciare i risparmiatori senza i loro risparmi.

Grafico n.2. Stato di salute delle banche italiane CORE TIER 1
OSPECA

Fabio Marinaro

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DEBITO PUBBLICO EUROPEO

Ci siamo già occupati in questa sede del debito pubblico Europeo, cercando di spiegare la nuova normativa sulla diminuzione del debito dei governi nazionali introdotta nel patto di stabilità e di crescita dalla commissione Europea. In questo articolo vogliamo fare un passo indietro cercando le motivazioni che hanno indotto la politica comunitaria a concentrarsi pressoché esclusivamente sulla regolarità dei conti pubblici, tralasciando misure orientate allo sviluppo e alla crescita che avrebbero posto un freno alla disoccupazione nel vecchio continente. L’avversione all’utilizzo delle politiche economiche discrezionali è uno dei pilastri di tutte le teorie di stampo neoclassico, sviluppatesi da Smith in poi. La convinzione che il sistema economico tendesse automaticamente al reddito potenziale rendeva le politiche di bilancio inutili e dannose: un aumento della spesa pubblica ad esempio produrrebbe maggiore inflazione e si sostituirebbe alla spesa privata, senza creare benefici in termini di reddito o di occupazione. Uno degli ultimi lavori fondati su questo filone teorico è quello di Reinhart e Rogoff: “Growth in a time of debt” del 2010, che certificherebbe l’influenza negativa di un elevato rapporto debito-pil sulla crescita, e la conseguente necessità di ridurlo anche nelle fasi economiche recessive. Nel loro lavoro i due studiosi sostengono che quando il debito lordo estero raggiunge il 60% del Pil la crescita dell’economia cadrebbe di due punti percentuali, mentre per livelli di debito superiori al 90% del pil la crescita dello stesso sarebbe all’incirca dimezzata. Questo paper, uno degli unici che dimostrano empiricamente il legame tra debito pubblico e crescita, è stato accolto da subito con entusiasmo, al punto da ispirare la politica economica di molti governi, arrivando a giustificare la politica di austerity europea. Peccato che il lavoro di Reinhart e Rogoff, analizzato da tre economisti del Massachussets: T. Herndon, M. Ash e R. Pollin, si sia rivelato pieno di errori clamorosi che ne hanno minato il fondamento teorico.
Vale la pena allora ricordare il pensiero di Keynes, che qui risuona molto attuale:
“Le idee degli economisti e dei filosofi politici, tanto quelle giuste quanto quelle sbagliate, sono più potenti di quanto comunemente si creda. In realtà il mondo è governato da poco altro. Gli uomini pratici, che si ritengono completamente liberi da ogni influenza intellettuale, sono generalmente schiavi di qualche economista defunto.”
Tornando al debito, osservando il grafico vediamo come fino al 2008 questo si sia mantenuto attorno al 70% del pil, per poi assumere una dinamica al rialzo raggiungendo per l’anno 2013 il “pericoloso” livello del 90%. Detto questo, possiamo essere d’accordo con l’opinione dei paesi più virtuosi che sia necessaria una riduzione del rapporto debito-pil, ma questo non deve rappresentare né l’unico obiettivo né tantomeno quello prioritario. Anche perché a ben vedere il problema potrebbe essere risolto con una seria e determinata politica orientata alla crescita, che oltre a creare occupazione per milioni di giovani Europei ridurrebbe automaticamente l’ormai demonizzato Debito.

REGOLA DEL DEBITO

L’attenzione alla finanza pubblica è stata, fin dall’origine, la prerogativa principale dell’Europa “Germanocentrica” con il chiaro intento di restringere al minimo il raggio di azione dei Governi aderenti e fare spazio al nuovo grande mercato Europeo. Tale visione, che è chiaramente figlia del mainstream liberista allora dominante, è rintracciabile già nei criteri di convergenza previsti dal trattato di Maastricht, che riguardavano oltre al livello dei tassi di interesse e dell’inflazione, gli ormai famosi limiti di deficit/pil e di debito/pil. Questi parametri di finanza pubblica fissati, con dubbia ratio economica, rispettivamente al 3% ed al 60% sono stati ripresi nel Patto di “Stabilità e di crescita”, quindi vanno costantemente tenuti sotto controllo dagli stati membri per evitare di incorrere in sanzioni. Il debito, come già detto, non può superare il 60% del Pil viene disciplinato dal Regolamento n.1177/2011 Ue e se si supera questo parametro si richiede una diminuzione di un ventesimo all’anno in media negli ultimi tre anni. Nell’applicazione di questa regola si tiene conto della congiuntura economica, di alcuni fattori significativi quali:

 

1)      La crescita potenziale, l’accumulo di capitale e della produttività totale

2)      Il livello del saldo primario

3)      La correzione degli squilibri macroeconomici (current account)

4)      La sostenibilità a medio termine del debito.

Nell’articolo 4 del Fiscal Compact possiamo trovare la stessa regola di riduzione del debito nel caso in cui un paese facente parte della zona Euro si trovasse in una situazione di eccedenza del debito è costretto a ridurlo mediamente del 1/20 all’anno.

Se ci concentriamo sul solo rapporto debito/pil possiamo agevolmente vedere la difficoltà avuta dai vari Governi nel tenere sotto controllo questo indicatore. La percentuale del debito sul Pil dei primi 11 paesi aderenti all’unione monetaria europea, dopo un’iniziale convergenza intorno al 60% il rapporto ha avuto un andamento crescente, in particolare dal 2007 l’anno dello scoppio della crisi dei mutui subprime. Casi a se stante poi sono Italia e Belgio, i quali non rispettavano il criterio già nel 1999, con un rapporto debito-pil che superava ampiamente il 100%.

 

 

Se poi focalizziamo lo sguardo sui dati del 2012 i principali paesi dell’Uem solo pochi rispettano la soglia del 60%.  E’ per questo che si è reso necessario fissare una regola che consenta agli stati il rispetto di una regola precedente. Introdotta recentemente dalla commissione europea, all’interno del patto di “stabilità e di crescita” la cosiddetta “regola del debito” risulterà anche di difficile applicazione, una volta analizzata.

 

Volendo passare alla situazione italiana ed un esempio pratico bisogna ricordare che la normativa prevede per i paesi sottoposti alla procedura per disavanzo eccessivo un periodo di transizione di tre anni, che decorre dal momento in cui lo stato membro esce dalla procedura. In questo periodo gli stati dovranno comunque perseguire una traiettoria di aggiustamento fiscale minima e lineare ( Minimum linear structural adjustment) che permetta il rispetto della regola una volta trascorso tale periodo. Nel caso specifico dell’Italia dobbiamo quindi prendere come punto di partenza il 2015, essendo stata sottoposta alla procedura per disavanzo eccessivo fino al 2012.

Il benchmark “backward-looking” viene calcolato come la somma del valore soglia e una media geometrica degli scarti dei tre anni precedenti fra il debito a saldo strutturale costante ed il 60% del pil.In formula:

bb*2015 = 60 + 0,95/3(dss2014 – 60) + 0,95^2/3(dss2013– 60) + 0,95^3/3(dss2012– 60)

dove:  dss2014 ,dss2013 ,dss2012 sono Ie percentuali del debito rispetto al pil per i rispettivi anni

Il benchmark “forward-looking”, concettualmente uguale al precedente, si riferisce ai valori dei tre anni futuri. In formula:

bf*2017 = 60 + 0,95/3(dss2016 – 60) + 0,95^2/3(dss2015– 60) + 0,95^3/3(dss2014– 60)

dove:  dss2016 ,dss2015 ,dss2014 sono Ie percentuali del debito rispetto al pil per i rispettivi anni

 

Il debito a saldo strutturale costante, cioè depurato dalla componente ciclica e dalle misure una tantum, viene calcolato attraverso questa formula:

dsst = dsst-1 * 1/(1+Tasso di crescita pil nominale/100) + (-Saldo strutturale – One off – Cc) + Sfa dove:

  • dsst-1 è il debito a saldo strutturale costante del periodo precedente
  •  Tasso di crescita pil nominale assume il significato già noto
  • Cc = Componente ciclica
  •  Saldo strutturale = Indebitamento netto – one off – Componente ciclica
  • One off rappresenta le misure “una tantum”
  • Sfa è lo stock flow adjustment

In sintesi, quindi, la regola è considerata non soddisfatta se Il rapporto debito-pil è superiore al 60%, il debito a saldo strutturale costante è maggiore del benchmark “backward-looking” ed è superiore anche del benchmark “forward-looking”, ed infine le suddette violazioni non siano state determinate dall’andamento del ciclo economico.

OSPECA
FABIO MARINARO
GIANMARCO FAGIANI