MILTON FRIEDMAN

Milton Friedman nacque a Brooklyn nel 1912 e morì a San Francisco nel 2006. Friedman è stato l’esponente principale della scuola di Chicago ed il fondatore del pensiero monetarista. Fu anche uno dei principali esponenti del pensiero liberale e liberista.
Possiamo strutturare il suo pensiero in quattro punti principali
– la teoria del consumo;
– l’inefficacia dell’intervento pubblico sull’economia, soprattutto se tramite una politica fiscale;
– la teoria quantitativa della moneta;
– l’inefficacia della curva di Phillips nel lungo periodo (secondo Friedman l’inflazione è solo un fenomeno monetario che nel lungo periodo non è utile a ridurre la disoccupazione).
Nell’elaborazione della teoria sul consumo, Friedman parte criticando il pensiero keynesiano che lega la funzione del consumo (C) al reddito disponibile corrente (YD); secondo l’autore monetarista l’ottica è troppo limitata dato che i consumatori effettuano le loro scelte non solo in base al reddito corrente, ma soprattutto in base al reddito di cui si aspettano di disporre in futuro, reddito definito permanente (YP).
Da qui la distinzione tra una funzione del consumo di breve periodo in cui i consumi dipendono dal reddito corrente e una funzione di lungo periodo in cui il consumo dipende dal reddito permanente.
La conseguenza di questa distinzione è che i consumatori andranno ad aumentare i loro consumi nel breve periodo solamente se in seguito ad un incremento del reddito corrente si aspettano un aumento del reddito permanente.
Tutto questo può essere visto anche graficamente: nel breve periodo il reddito corrente è legato al consumo in ragione di una propensione marginale al consumo; nel lungo il reddito permanente è legato ai consumi tramite una propensione media al consumo. Confrontando queste propensioni vediamo che la propensione marginale ha un valore inferiore rispetto alla propensione media (graficamente la curva del consumo di lungo periodo è più inclinata rispetto a quella di breve periodo). In conseguenza di ciò aumenti del YD influenzano il consumo solo attraverso le variazione di entità modesta che provocano sul YP.

Dalla rielaborazione della funzione del consumo scaturisce l’inefficacia dell’intervento dello Stato sull’economia e soprattutto se l’intervento avviene tramite una politica fiscale.
L’aver legato C al reddito disponibile per Keynes comporta che la politica fiscale sia uno strumento efficace per manovrare la domanda aggregata, dato che variazioni del gettito fiscale e delle aliquote producono effetti sul reddito disponibile e quindi su C.
Per Friedman invece la politica fiscale è inefficace per tre motivi.
Il primo è dovuto al legame tra consumi e reddito permanente, perciò facendo diminuire oggi le aliquote, i consumatori si aspettano un aumento delle stesse nel futuro, lasciando così invariati i consumi attuali o addirittura facendoli diminuire.
Il secondo dipende dal ritardo con cui la politica fiscale produce i suoi effetti. Tre sono i ritardi considerati: di cognizione, di decisione, nell’efficacia. Il primo è dovuto al tempo necessario per riconoscere una crisi; il secondo e il terzo tipo dipendo dagli organi coinvolti che complicano i processi di decisione e realizzazione delle politiche aggravando, anziché correggendo l’andamento congiunturale.
In ultimo abbiamo l’effetto spiazzamento: gli aumenti della spesa pubblica che inizialmente fanno aumentare il reddito, provocano allo stesso tempo aumenti del tasso d’interesse e conseguente riduzione degli investimenti.

Oltre a rielaborare la teoria del consumo, Friedman elabora una nuova teoria quantitativa della moneta, ridefinita come la teoria della domanda di moneta, alla base della quale troviamo appunto la funzione di domanda di moneta legata non più solo al reddito come per i neoclassici, ma dipendente dalla ricchezza e dalle attività patrimoniali ( sia reali che finanziarie).
Per Keynes unici sostituti della moneta erano i titoli, per i monetaristi lo spettro dei possibili sostituti della moneta è molto più ampio e include azioni, obbligazioni, beni di consumo durevoli e beni reali ecc.
Quindi vediamo che la domanda di moneta è legata al reddito permanente monetario tramite un moltiplicatore che dipende dai tassi di rendimento atteso delle attività reali e finanziarie.
Questo comporta che variazioni nell’offerta di moneta non provocano effetti solo sui tassi di interesse, ma sui rendimenti di tutte le attività reali e finanziarie.
Gli effetti prodotti da variazioni nell’offerta di moneta sono diversi nel breve e nel lungo periodo.
Nel breve periodo queste variazioni influenzano il reddito nominale, nel lungo periodo in cui le aspettative dei prezzi sono corrette, queste variazioni influenzano solo i prezzi ed è quindi confermata la neutralità della moneta tipica del pensiero neoclassico.
A questo punto bisogna inevitabilmente soffermarsi sulle aspettative dei prezzi che per Friedman sono di tipo estrapolativo-adattivo.
Un soggetto forma le proprie aspettative in modo adattivo quando corregge la precedente previsione con una parte dell’errore commesso nel passato.
Questo meccanismo di formazione presenta due limiti: il primo dipende dall’osservazione dei dati che è completamente rivolta al passato, trascurando così possibili mutamenti futuri; il secondo, ampiamente criticato da Lucas economista della Nuova Macroeconomia Classica, è rappresentato dalla variazione del livello dei prezzi. Se la variazione è costante allora i soggetti possono arrivare ad azzeccare la previsione dei prezzi, cioè la previsione coincide con i dati effettivi; ma se il livello dei prezzi tende ad aumentare, l’aspettativa adattiva andrà a sottostimare sistematicamente il valore effettivo perciò i soggetti si troveranno a rincorrere i prezzi.
Mettendo da parte le critiche, analizziamo gli effetti che questo tipo di aspettative hanno sul modello monetarista e soprattutto sulla curva dell’offerta aggregata la curva AS.
Nell’analisi occorre partire dal mercato del lavoro, nel quale troviamo un’importante novità: mentre la domanda di lavoro dipende dal salari effettivo, l’offerta di lavoro dipende dal salario atteso.
Questo comporta che modifiche nel livello dei prezzi vengono immediatamente percepite dalle imprese, ma non dai lavoratori. Supponiamo ad esempio che ci sia aumento dei prezzi: le imprese aumenteranno la domanda di lavoro in seguito alla riduzione del salario reale; allo stesso tempo i lavoratori vedendo aumentare il salario monetario aumenteranno l’offerta.
La curva AS di conseguenza si presenterà inclinata positivamente poiché i prezzi attesi Pet e quelli effettivi Pt non coincidono.
Questo è quello che succede nel breve periodo, mentre nel lungo periodo, quando Pet=Pt i lavoratori ridurranno l’offerta di lavoro, portando il sistema a livello di disoccupazione naturale, con una curva AS perfettamente verticale in corrispondenza del reddito di equilibrio.

L’ultimo punto centrale della teoria monetarista da analizzare, riguarda la curva di Phillips.
Come abbiamo potuto vedere fino ad ora, fondamentale nel pensiero di Friedman è la distinzione tra breve e lungo periodo. Nel lungo periodo il sistema si porta in equilibrio in maniera automatica, mentre nel breve periodo soprattutto a causa dell’intervento pubblico sull’economia, il sistema non è in equilibrio.
Questa divergenza è presente anche nella curva di Phillips monetarista.
La curva di Phillips permette di analizzare la relazione tra tasso di disoccupazione e tasso d’inflazione, evidenziando un problema di scelta poiché la riduzione di uno dei due mali fa aumentare l’altro.
Per Friedman la relazione prevista da Phillips tra tasso d’inflazione e tasso di disoccupazione viene rivista includendo la previsione dei prezzi. Nel breve periodo in cui vi è un errore di stima la curva sarà inclinata negativamente e maggiore sarà lo scarto tra Pte e Pt, maggiore sarà lo scarto tra la disoccupazione e il suo livello naturale. Nel lungo periodo, in seguito alla coincidenza tra Pet e Pt lo scarto tra il livello di disoccupazione effettiva e quello naturale sarà nullo e la curva si presenterà verticale in corrispondenza del tasso naturale di disoccupazione.
Ne consegue che il policy-maker può sfruttare il trade-off, ovvero può scegliere un punto lungo la curva di Phillips che rappresenti la combinazione ottimale tra disoccupazione e inflazione solo nel breve periodo, non nel lungo quando le previsioni saranno aggiustate e non ci sarà differenza tra disoccupazione effettiva e naturale.

OSPECA
A.CALDARI

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