Il mercato mobiliare, dal 2008 ad oggi

Il 2008 è stato l’anno più nero nella storia delle Borse mondiali, ha cancellato circa 4.000 miliardi
di euro dai listini del Vecchio Continente e ha portato Piazza Affari a valere la metà rispetto a un
anno prima
Piazza Affari, come detto,nel 2008 vale la metà rispetto al 2007, e appena un quarto (23,4%) del
Pil, quando a fine 2007 era al 47,8% e nel 2000 valeva ben il 70% del Prodotto interno lordo.
Durante il 2008 l’indice Mib, il riferimento storico della Borsa Italiana, ha perso il 48,7%. Il Mibtel
ha lasciato sul terreno il 48,5% e l’indice S&P/Mib ha ceduto il 49,5%. Tra le grandi Borse mondiali
hanno fatto peggio solo Amsterdam (-52%) e Shanghai (-65%).
Un dato su tutti: l’indice Dj Stoxx 600 è crollato del 46%. Con l’eccezione della Grande Depressione
degli anni ’30, nei libri di storia non si ha traccia di una crisi con un impatto così devastante e
duraturo sulle Borse mondiali come quella partita nell’estate del 2007 con i mutui subprime negli
Usa e propagatasi al mondo intero con il contagio all’economia reale e la recessione simultanea di
Europa, Stati Uniti e Giappone.
Lo dimostrano tutti i termometri dell’andamento delle Borse mondiali: sia l’indice globale Morgan
Stanley World, sia il Morgan Stanley per l’area dell’Asia-Pacifico hanno ceduto il 43%. Si tratta,
come per il Dj Stoxx 600, delle peggiori performance mai registrate da quando gli indicatori sono
stati introdotti.
A New York, occorre risalire agli anni ’30, nel bel mezzo della Grande Depressione, per trovare
l’unico risultato in grado di battere il disastroso -40% realizzato nel 2008 dallo S&P 500: era il 1931
e in quei 12 mesi l’indice arrivò a perdere il 47,2%. Lo S&P 500 scese per quasi tre anni, dal crollo
di Wall Street del ’29 fino alla metà del ’32, perdendo complessivamente l’86,2%.
Per le Borse più importanti del globo questo 2008 da incubo segnato da eventi inimmaginabili –
come il crac di Lehman Broters, la maxi-truffa dell’ex presidente del Nasdaq (Bernard Madoff), il
massiccio intervento di Stati e Banche centrali a sostegno dell’economia – ha generato perdite
comprese tra il -32% di Londra e l’oltre -60% degli indici cinesi.
La crisi che ha colpito l’Italia e buona parte del mondo dopo il 2007 è una crisi in due tempi. Il
primo tempo si è svolto nel 2008-2009 ed è spesso definito come Grande recessione, ossia il crollo
simultaneo di PIL, produzione industriale e fatturati successivo al fallimento della banca
d’investimento statunitense Lehman Brothers e all’aumento del prezzo del petrolio dell’estate 2008.
Dopo il primo tempo della crisi c’è stata una ripresa di durata e intensità variabile a seconda dei
paesi, ma collocabile tra la seconda metà del 2009 e la prima metà del 2011. Poi, però, è arrivato il
secondo tempo della crisi. Questo ha avuto inizio nell’estate 2011, quando la crisi dei debiti sovrani
cominciata nel 2010 in Grecia, Irlanda e Portogallo si è estesa, con l’allargamento dello spread
esistente tra i debiti pubblici di Spagna e Italia e il debito pubblico della Germania.
Nel corso del 2011 l’andamento dei mercati finanziari europei è stato influenzato dall’acuirsi dei
problemi legati al livello del debito pubblico di diversi paesi dell’area euro, inclusa l’Italia.
La possibile incapacità di rifinanziare lo stock del debito, a causa sia delle dimensioni del debito
stesso sia del crescente costo ad esso connesso, ha via via incrementato la sfiducia degli operatori di
mercato, penalizzando tutte le piazze europee, prevalentemente quelle dei paesi con livello di debito
sovrano più elevato.
Nel corso dell’anno, i mercati finanziari sono stati negativamente influenzati anche dalle crescenti
necessità di vari operatori bancari di procedere ad operazioni di ricapitalizzazione, al fine di
riequilibrare la propria struttura patrimoniale.
Infine, le manovre di austerity promosse da diversi governi per far fronte alle criticità dei conti
pubblici, hanno innescato un processo di revisione al ribasso delle previsioni per gli indici di
crescita economica per il 2012.
Ciò ha avuto un inevitabile riflesso negativo sulle performance annuali delle principali borse
europee: l’indice FTSE 100 di Londra ha fatto segnare un -5,6%, il DAX di Francoforte un -14,7%
mentre il CAC 40 di Parigi e l’indice europeo Eurostoxx 50 hanno chiuso l’anno con un calo del
17%.
Il 2013 è stato un anno di altalene, complice una crisi ostinata da cui il Vecchio continente fatica a
trovare la via d’uscita. Qualcosa all’orizzonte sembra muoversi, complice anche l’intervento deciso
della Banca centrale europea che, come ha ribadito più volte il governatore Mario Draghi, si è
impegnata a fare tutto il necessario per rimettere l’economia in carreggiata.
Per la Borsa italiana la chiusura del 2013 è stata positiva, anche grazie a una serie di quotazioni,
ultima quella con il botto di Moncler, che hanno fatto da traino ai listini.
Ripercorriamo in cinque date l’anno concluso.
• 27 MARZO: SPREAD SALE AL MASSIMO A 349 PUNTI (POI CALA)
A inizio gennaio lo spread tra i Btp e i Bund a dieci anni si attestava a 284 punti, ma circa tre mesi
dopo è salito al massimo del 2013 a 349 punti, alimentando i timori di una crisi come quella
dell’anno precedente.
Successivamente però il differenziale con i titoli tedeschi è progressivamente sceso, complice anche
un maggiore interesse per il debito dei Paesi periferici dell’Eurozona. A dicembre lo spread è sceso
ai minimi in due anni e mezzo, ovvero da luglio 2011, toccando i 221 punti nel giorno in cui il
Tesoro italiano collocava 5,5 miliardi di euro di Bot annuali, con una domanda pari a 1,6 volte
l’offerta. Ancora meglio fa il differenziale Bonos/Bund, che segna un minimo di 217 punti, per un
tasso che scende fino al 3,99%.
• 25 GIUGNO: PIAZZA AFFARI TOCCA IL MINIMO DELL’ANNO
Per la Borsa di Milano il giorno nero del 2013 arriva all’inizio dell’estate: il listino di riferimento
Ftse Mib tocca il minimo a 15.057 punti, al di sotto della chiusura dell’anno precedente appena
sotto i 16.275 punti. In pochi mesi però Piazza Affari riprende quota e, il 22 ottobre, fissa il
massimo del 2013 a 19.372 punti. In seguito il listino torna a sgonfiarsi, ma la performance resta
comunque positiva.
• 1 LUGLIO: CARNEY ALLA BANK OF ENGLAND, FTSE 100 RINGRAZIA
Per la prima volta nei 318 anni di storia della Banca d’Inghilterra uno straniero, il canadese ed ex
governatore della Banca centrale del Canada Mark Carney, diventa Governatore, al posto
dell’uscente Mervyn King. La scelta è piaciuta alla Borsa britannica: il listino Ftse 100, che
raccoglie le cento società più capitalizzate quotate al London Stock Exchange, dopo avere toccato il
24 giugno il minimo dell’anno a 6.029,10 punti, ha ripreso a salire e si avvia a chiudere il 2013 in
aumento vicino all’8%, pur se al di sotto del massimo dell’anno fissato a 6.840,30 punti il 22
maggio.
A novembre il costo del denaro è rimasto fermo allo 0,5% e il programma di quantitative easing da
375 miliardi di sterline è stato lasciato invariato, mentre a sorpresa il 7 novembre la Bank of
England ha deciso tagliare il programma di aiuti ai prestiti ipotecari (funding for lending) per
evitare il rischio di una bolla speculativa immobiliare.
• 22 SETTEMBRE: ELEZIONI TEDESCHE, MA DAX 30 NON FESTEGGIA
Dal voto per rinnovare il Bundestag, il Parlamento tedesco, è uscita vincitrice, confermandosi a
capo del Governo, la cancelliera Angela Merkel, che oltre due mesi più tardi ha formato il suo terzo
esecutivo. A settembre il listino Dax 30, il benchmark della Borsa di Francoforte, si è attestato in
rialzo, ma senza grandi clamori. Il punto più alto dell’anno, 9.405,30 punti, è stato toccato il 29
novembre (il minimo dell’anno era stato fissato il 19 aprile a 7.459,96 punti).
• 16 DICEMBRE: DEBUTTO SPRINT PER MONCLER A MILANO
È sul finire dell’anno che Piazza Affari ingrana il turbo. A riaccendere i riflettori sul settore della
moda è Moncler, che debutta con un convincente +46% rispetto al prezzo di collocamento di 10,2
euro per azione. Al termine della prima seduta di scambi, a cui hanno fatto seguito altre giornate
positive quindi un fisiologico rallentamento, la società guidata da Remo Ruffini valeva oltre 3,7
miliardi di euro, contro i 2,55 miliardi dell’Ipo.
Il 2013 della Borsa Italiana si è chiuso così con una crescita del Ftse Mib del 16,5% a 18.967,71
punti, in un anno che ha visto il suo apice borsistico il 22 ottobre, a 19.372 punti, e il suo minimo il
25 giugno, a 15.057 punti.
La capitalizzazione complessiva delle società quotate presso la Borsa Italiana si attesta a 438,2
miliardi di euro, con una crescita di quasi venti punti percentuali (+19,9% rispetto al 2012); il
valore complessivo “custodito” da Palazzo Mezzanotte raggiunge così il 28,1% del Pil, dal 22,5%
dell’anno precedente. Guardando all’andamento dei singoli indici, l’All Share chiude il 2013 con un
guadagno di oltre 17 punti percentuali, che diventa un guadagno del 16,5% per il paniere principale.
Il record di performance spetta all’indice delle Star, che registra una crescita su base annua vicina al
55%; menzione anche per il nuovo indice Aim Italia, che ha dalla sua parte una variazione positiva
del 14,6% rispetto a fine anno 2012.
L’anno segna anche il boom di Tokyo: il Nikkei, sospinto dal sostegno incondizionato della BoJ e
del governo di Shinzo Abe, ha segnato una crescita del 57% e si è riportato sopra 16mila punti, al
top dal 2007. In Europa, ha fatto bene il Dax di Francoforte, che nei dodici mesi ha ritoccato i
massimi di sempre, riportato una crescita finale del 25,5% e guidato la truppa delle Piazze Ue. Ha
infatti tenuto il passo Madrid (+21%), ma le altre sono rimaste distanti e allineate: Parigi +17%,
sulla falsariga di Milano, +14,3% per Londra. A Wall Street, le azioni che compongono l’indice
S&P500 hanno visto aumentare il loro valore di 3.700 miliardi di dollari (+30%): il bilancio
annuale è il migliore dal 1997. Il Dow Jones ha visto un +26,5% circa, migliore performance dal
1995. Il Nasdaq composite è quello che ha corso più di tutti negli ultimi 12 mesi, +38%,
l’incremento più sostenuto dal 2009, a 4.176,59 punti.
Nel 2014 tornano a volare listini e Borse, (come del resto analisti ed esperti avevano previsto) ma
l’andamento positivo si manifesta con una forte differenziazione delle performance dei singoli
settori. Auto, utilities e costruzioni conquistano un risultato che raggiunge e talvolta supera la soglia
del 10%, mentre Hi tech, media e grande distribuzione da inizio anno ad oggi hanno perso 3-4
punti. Considerando questo nuovo andamento, che dopo aver privilegiato largo consumo e hi tech,
cambia rotta, i gestori puntano, per i prossimi 6-12 mesi sui comparti più ciclici del mercato, come
le banche, industriali rimasti sottovalutati (value stocks), o su utilities ed energia.
In Europa, la BCE si sta adoperando per mantenere una politica dei tassi accomodante
su un orizzonte di lungo termine. Anche se i risultati continuano a presentare tinte chiaroscure, le
riforme stanno evidentemente producendo risultati in alcuni paesi di grandi dimensioni (Regno Unito, Spagna).
Globalmente si può essere ottimisti nei confronti dei mercati azionari, che dovrebbero continuare a beneficiare di nuovi afflussi. La liquidità accumulata nei bilanci societari anticipa buone prospettive
per gli investitori in termini di buyback azionari, distribuzione di dividendi e operazioni di M&A.
Soddisfazione per il ritorno IPO, anche in Europa (Moncler, Numéricable…).

OSPECA
MARIKA GUERRINI

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