IL BOOM ECONOMICO IN CINA

La Cina è il terzo paese più grande del mondo, dopo Russia e Canada. Ha una popolazione di circa 1,2 miliardi di persone che rappresentano circa un quinto della popolazione mondiale e fu proprio questo fattore il principale promotore che portò la Cina ad essere una delle maggiori forze economiche del XXI secolo.
Sin dalla fondazione della Repubblica Popolare Cinese (1949), la crescita e lo sviluppo sono stati sempre al centro dell’attenzione nei programmi economici del Partito Comunista Cinese, ma il vero boom economico lo si deve a uno dei personaggi più rilevanti e significativi della storia cinese: Deng Xiaoping, il cosiddetto “Grande riformatore” per l’abilità dimostrata nell’apportare cambiamenti radicali alla struttura economica della Cina e per le sue idee completamente innovative.
Egli dal 1979 avviò un programma di riforme che portarono la Cina a un ritmo di crescita di circa il 10% annuo negli ultimi 30 anni, trasformando la Cina da un’arretrata economia agricola ad una potenza economica mondiale.
Le riforme economiche attuate, devono però il loro successo in primo luogo allo spirito imprenditoriale e commerciale delle famiglie contadine cinesi, che rappresentano l’elemento trainante delle trasformazioni produttive e organizzative dell’economia rurale cinese contemporanea.
Con Deng l’economia centralizzata e inefficiente si trasformò in un sistema più aperto all’economia di mercato, così imprese non statali furono ammesse nel settore dell’industria e iniziarono a concorrere con quelle di proprietà pubblica. L’introduzione di una politica di apertura con l’estero fu invece il risultato di un potente sviluppo economico: la Cina potè intraprendere scambi con gli altri paesi e le imprese estere ebbero la possibilità di effettuare investimenti diretti laggiù.
In poco tempo vennero così introdotti i mercati privati, il settore commerciale e fu dato spazio al ruolo degli imprenditori. I settori della vendita al dettaglio e vendita all’ingrosso si svilupparono rapidamente negli anni, facendo nascere numerosi centri commerciali e negozi; da qui poi fu rapida la nascita di ristoranti, alberghi e innumerevoli piccole e medie imprese in proprio.
Da allora la Cina, con la sua enorme forza lavoro a basso costo, divenne uno dei più grandi paesi esportatori, guadagnandosi nel 2009 il titolo di maggior esportatore al mondo (e il secondo importatore); poi grazie agli investimenti diretti dei marchi stranieri, varcò con successo le soglie del mercato globale.
Anche se la logica economica di Deng era incentrata principalmente sullo sviluppo dell’agricoltura (tanto che oggi grazie all’utilizzo di coltivazioni intense ha una produzione agricola del 30% superiore a quella degli USA, pur possedendo solo il 75% delle terre coltivabili di quest’ultima) egli aveva applicato riforme significative anche nel settore industriale.
In questo ambito la costruzione di macchinari e metallurgia hanno ricevuto la maggior attenzione, tanto da rappresentare oggi il 20-30% del gettito industriale del paese. Tuttavia questi settori hanno sofferto una carenza nell’innovazione dovuta ad un sistema che ha premiato più l’incremento della produzione rispetto ad ogni altra cosa. Anche l’industria chimica oggi ricopre un ruolo importante a livello globale, essendo il paese leader nella produzione di fertilizzanti, plastiche e fibre sintetiche.
Deng inoltre aveva apportato riforme anche nel sistema aziendale delle industrie statali. In generale ci si era concentrati sull’autonomia delle imprese che riguardava non solo la gestione della pianificazione, ma anche quella delle forniture dei materiali e delle attrezzature, della vendita delle produzioni e di tutte le altre operazioni. Era stata applicata la suddivisione e la specializzazione del lavoro per abbattere le barriere amministrative e stabilire collegamenti più stretti fra imprese locali, statali e collettive. Grande importanza era stata data alla formazione di personale tecnico specializzato. Queste riforme avevano migliorato la produttività delle imprese, riducendo gli sprechi e ponendo all’attenzione dei responsabili il problema di un corretto e coerente utilizzo delle risorse sia umane che materiali . L’ammodernamento tecnologico degli impianti doveva essere realizzato in maniera graduale tramite il finanziamento dei fondi propri dell’azienda e, ma solo in parte, attraverso finanziamenti regolati dal sistema bancario. Quest’ultimo era stato oggetto di una profonda riforma che ne aveva modificato la struttura e l’operatività. Alla “Banca del Popolo” erano stati attribuiti i poteri propri della banca centrale. Mentre le attività di credito ordinario, già esercitate dalla citata banca, erano state trasferite a un’altra di apposita creazione: la “Banca cinese per l’industria e il commercio”.
Anche il settore fiscale era stato radicalmente trasformato: esso prevedeva che le imprese invece di versare interamente i loro ricavi allo Stato sotto forma di profitti e imposte, ne potessero trattenere una parte; l’azienda pagava un’imposta progressiva sul profitto realizzato e, della parte rimanente, una fetta andava alle casse dello Stato, in quanto proprietario dell’impresa, e il resto andava a costituire i fondi propri dell’azienda gestiti in autonomia.
Con il tempo l’incremento del peso economico assunto dalla Cina, gli consentì un ruolo di maggior rilievo negli organismi internazionali: in particolare nel 2001 aderì all’organizzazione mondiale del commercio, intensificando le relazioni bilaterali tra l’UE e la Cina; mentre nel 2013 la Commissione europea e il ministro cinese del commercio avviarono i negoziati su un trattato teso ad accrescere l’accesso ai mercati e a offrire maggiori tutele agli investitori.
Il forte sviluppo le permise inoltre di superare dapprima la Germania e poi il Giappone diventando il secondo paese al mondo per Prodotto Interno Lordo , proceduta solo dagli Stati Uniti.
Il processo di riforme avviato se da un lato ha consentito al paese una crescita straordinaria, dall’altro ha anche prodotto profondi squilibri: la crescita accelerata attuata dal modello Deng si basa troppo su investimenti che finiscono in settori improduttivi, generando debito pubblico, alti tassi di corruzione, emergenze sociali e mostruosità ambientali; tutte storture che si concentrano in quella colata di cemento, altrimenti nota come “Bolla immobiliare”.
Addirittura nel 2011 la Cina si è classificata come primo produttore mondiale di CO2, raggiungendo i livelli più alti della sua storia e vanificando le riduzioni nelle emissioni di gas serra conquistate da Europa e Stati Uniti. A questo vanno aggiunti l’inquinamento delle acque, che raccolgono scarichi industriali di ogni tipo, e del terreno, dove vengono abbandonati rifiuti e prodotti di scarto delle più diverse manifatture.
Per quanto riguarda invece la popolazione, ancora oggi moltissimi cinesi vivono in condizioni di povertà: infatti se il PIL si attesta in 2° posizione nelle classifiche mondiali, lo stesso non si può dire del PIL pro-capite che si colloca in 81° posizione.
Ad oggi inoltre, dopo 35 anni di crescita ininterrotta, la Cina sta subendo un brusco rallentamento del PIL passando ad una crescita annua del 9,3% nel 2011, a un 7,8% nel 2012, per arrivare a un 7,7% nel 2013, ossia il ritmo di crescita economico più basso dal 1999, ma pur sempre in grado di far impallidire tutti i paesi occidentali.
Questo rallentamento sembra però essere motivato dalla decisone di abbandonare definitivamente il mantra della crescita economica ad ogni costo, per incoraggiare una miglior qualità della vita, riducendo le fabbriche che producono smog e sviluppando un piano di lotta alla povertà.

OSPECA
SILVIA DE SANTIS

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