DISOCCUPAZIONE GIOVANILE IN EUROPA

Dall’inizio della crisi economica la disoccupazione giovanile è stata uno dei leitmotiv di questi anni. Tra il 2007 e il 2014 la percentuale in Italia di ragazzi senza lavoro è più che raddoppiata e nel resto dell’Europa la situazione non è sicuramente meno tragica: paesi quali Irlanda, Belgio, Cipro, Grecia, Croazia, Portogallo e Spagna condividono con il nostro paese un tasso di disoccupazzione pressocché raddoppiato. Solamente tre paesi, Germania, Austria e Malta possiedono tassi sensibilmente meno critici. Nota postivia, seppur lieve, si può avere dall’osservazione del fatto che a un anno, la percentuale di disoccupazione giovanile è passata dal 12% dell’Aprile 2013 all’11,7 di Aprile 2014 per quanto riguarda i paesi dell’Eurozona, mentre nell’Unione europea a 28 Stati dal 23,6% al 22,5%. Tuttavia, è analizzando la situazione singolarmente che questa tende a risultare meno positiva. Questo perché sostanzialmente l’affievolimento della disoccupazione riguarda maggiormente gli altri paesi del Sud Europa, mentre in Italia questo trend tende a non invertirsi. Nel nostro paese si registra un peggioramente del 3,9%, molto peggio di quanto avviene in Grecia e Spagna dove la disoccupazione giovanile si allenta, diminuendo del 2%, come del resto accade in Francia, meglio ancora fanno gli altri membri dei PIIGS Irlanda e Portogallo, dove questo segmento della disoccupazione scende del 3-4%. Secondo i dati diffusi dalla Banca Centrale Europea nel suo bollettino statistico di febbraio, sono i giovani sprovvisti di un titolo di studio secondario superiore a trovare con maggiori difficoltà un impiego, il cui tasso di disoccupazione è cresciuto molto di più rispetto a quello relativo ai giovani con un diploma di scuola secondaria o una laurea. Ne emerge che in un periodo storico come questo la competitività nell’ottenere un posto di lavoro è sicuramente altissima. Prepararsi il più possibile diviene quindi fondamentale e la motivazione a formarsi e a fare esperienze è importante come non mai. A dimostrazione di ciò si può citare un recente studio della Commissione Europea sull’impatto del programma Erasmus sul tasso di disoccupazione giovanile: gli ex studenti Erasmus fanno meno fatica a trovare lavoro rispetto a chi rimane in patria per tutti i suoi studi. L’incidenza della disoccupazione a lungo termine è dimezzata, e a cinque anni dalla laurea il tasso di disoccupazione di chi ha studiato all’estero in una parte del proprio percorso universitario è inferiore del 23% rispetto agli altri. Chi studia o si forma anche all’estero, secondo lo studio presentato oggi dalla Commissaria per l’Istruzione Androulla Vassiliou, “migliora le proprie prospettive lavorative”: infatti “non acquisisce solo conoscenze in discipline specifiche, ma consolida anche le competenze trasversali fondamentali”. Secondo lo studio, la maggioranza dei datori di lavoro cerca infatti nei futuri dipendenti tratti della personalità come tolleranza, fiducia in se stessi, curiosità, capacità di risolvere problemi, risolutezza, conoscenza dei propri punti di forza e di debolezza, tutti elementi potenziati da un’esperienza internazionale, si sottolinea a Bruxelles. Inoltre, un esperienza che mette a contatto con studenti stranieri può dare anche tanta umiltà e soprattutto consapevolezza: confrontandosi con ragazzi della nostra stessa età, ma provenienti da paesi diversi ci si rende conto di come siano spesso molto più preparati di noi, parlino un inglese molto più fluente e magari anche una terza lingua e di quante esperienza lavorative già posseggano nel loro curriculum grazie a stage estivi e non. Si capisce di come ci sia bisogno di darsi da fare da subito e non vivere gli anni dell’Università da semplice studente, dedito unicamente allo studio, senza fare alcuna esperienza, per poi laurearsi, entrare nel mondo del lavoro e rimanere stupiti di come sia difficile trovarne uno.

OSPECA
FABIO MORELLI

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