TFR IN BUSTA PAGA: LO VOGLIAMO DAVVERO?

Il governo starebbe studiando la possibilità di trasferire una parte del Tfr in busta paga. È una buona idea, purché si lasci al lavoratore libertà di scelta. Ma dobbiamo interrogarci se questa proposta qualora diventasse legge avrebbe solo effetti positivi. La prima osservazione è che si tratterebbe di una manovra coercitiva che costringerebbe tutti i lavoratori ad anticipare il Tfr, anche coloro che preferiscono averlo come una forma di risparmio. La questione è facilmente ovviabile permettendo a ciascun lavoratore di scegliere, in relazione alle sue specifiche esigenze, se lasciare il Tfr dove è o se percepirlo in anticipo. La seconda osservazione è che in tal modo si penalizzerebbe il risparmio previdenziale e la previdenza integrativa. Anche questa obiezione viene meno con la non coattività del trasferimento in busta paga. La libertà di scelta lascerà al singolo lavoratore la decisione se anticipare il Tfr o se continuare a destinarlo a risparmio o a previdenza. La terza osservazione, forse la più rilevante, sostiene che l’operazione costituirebbe comunque un onere aggiuntivo per le imprese (o per l’Inps che attualmente riceve una parte degli accantonamenti) costringendole non a un costo economico, ma certamente a un immediato esborso di liquidità (privandole di una parte di autofinanziamento) in una situazione di crisi economica rilevante. Si tratta di traslare il credito (liquidazione futura) dei lavoratori nei confronti dell’impresa in un credito della banca nei confronti dell’impresa. Le imprese continuerebbero a fare l’accantonamento nel modo attualmente previsto (nel proprio bilancio, versandolo all’Inps o a un fondo di previdenza, secondo della normativa) e a pagare l’importo della liquidazione al momento della chiusura del rapporto di lavoro. La quota annuale al lavoratore che ne fa richiesta verrebbe erogata da un’istituzione finanziaria (banche o Cassa depositi e prestiti) che “anticiperebbe” ai lavoratori che ne facessero richiesta l’importo lordo del Tfr. Le imprese dovrebbero continuare, come oggi, ad accantonare in bilancio il Tfr con la rivalutazione dovuta per legge (tasso di interesse pari). Al momento della chiusura del rapporto di lavoro, l’impresa erogherebbe la liquidazione non al lavoratore (che già l’ha ricevuta) bensì all’istituto bancario che ha erogato l’anticipo e che avrebbe una remunerazione sul prestito pari al tasso di rivalutazione del Tfr all’1,5 per cento più lo 0,75 per cento dell’inflazione (oggi equivalente a 2,25 per cento), e tale costo dell’intermediazione bancaria (a carico dell’impresa) sarebbe esattamente quello che l’impresa già oggi sostiene per remunerare il Tfr. Per le banche il prestito sarebbe esente dal rischio di insolvenza del datore di lavoro, in quanto quel rischio è già coperto da un apposito fondo assicurativo presso l’Inps, alimentato con un contributo dello 0,2 per cento. Gli effetti principali di questa proposta sarebbero quelli di: consentire di “anticipare” in reddito corrente gli accantonamenti del Tfr, senza oneri per le imprese e per l’Inps, rafforzando redditi e consumi; determinare un rilevante effetto di entrate aggiuntive per lo Stato che incasserebbe le imposte sul Tfr non al momento della chiusura del rapporto di lavoro, ma le anticiperebbe di anno in anno. L’attuale aliquota Irpef sul Tfr (o sugli anticipi previsti) è legata alla media degli ultimi cinque anni, in media oggi stimabile attorno al 23 per cento. Nell’ipotesi di un’adesione all’anticipo in busta paga del 50 per cento dei lavoratori il gettito sarebbe di quasi 3 miliardi; costruire per le banche l’opportunità di erogare un prestito a un tasso di interesse equivalente alla rivalutazione del Tfr (oggi attorno al 2,25 per cento) assente da rischi. Alcune stime: nell’ipotesi di totale adesione alla proposta di anticipo l’ammontare trasferito annualmente sarebbe di 24 miliardi annui, pari al 5 per cento del monte retribuzioni e al 2,6 per cento dei consumi con una entrata netta per lo Stato di 5,6 miliardi. Nella più realistica ipotesi di un’adesione media (pari al 50 per cento dei lavoratori e al 25 per cento di coloro che aderiscono ai fondi) l’ammontare trasferito sarebbe di 12 miliardi pari al 2,5 per cento del monte retribuzioni e all’1,3 per cento dei consumi, con un entrata netta per lo Stato di 2,8 miliardi.

OSPECA
MICHELE FASCETTI

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