LA RISPOSTA ITALIANA ALL’EVASIONE FISCALE

Dopo aver affrontato , nelle scorse settimane, il tema della evasione fiscale in Italia nella sua dimensione generale e nelle conseguenze che essa genera, oltre che negli strumenti di lotta a tale fenomeno e nell’analisi di casi pratici di evasione “ sul campo” , oggi intendiamo prospettare quale sia il sistema penal-tributario di repressione dei reati fiscali apprestato dal nostro ordinamento giuridico.
Se, infatti, gli strumenti di lotta alla evasione svolgono ex ante la funzione di prevenire tale pratica, diversamente la normativa giuridica esplica la propria attività ex post, in direzione repressiva del fenomeno evasivo già avvenuto ed accertato.
Il sistema normativo previsto dal legislatore italiano si basa sia su sanzioni di carattere amministrativo, normalmente consistenti nel pagamento di una somma di denaro, sia su sanzioni penali, che danno luogo invece ad una limitazione della sfera personale del trasgressore. L’elemento discretivo che determina l’irrogazione dell’uno o dell’altro tipo di sanzione è rappresentato dal fatto che in genere la norma incriminatrice penale richiede particolari ed ulteriori condizioni di applicazione, quali il dolo specifico di evasione ed il superamento di determinate soglie quantitative di evasione d’imposta. Solitamente, quindi, la sanzione generale di repressione dell’illecito tributario è quella amministrativa, mentre quella penale presenta carattere speciale. Deve inoltre precisarsi, ad ulteriore conferma di una sanzione penale quale extrema ratio dell’ordinamento, che non tutte le violazioni tributarie più gravi sono punite con misure penali, ma soltanto quelle riferite alle imposte sui redditi e sul valore aggiunto, tributi doganali e monopoli fiscali.
Ciò premesso, inoltrandosi nell’analisi del dato normativo , è bene precisare che il d.lgs. 74/2000 ha sostanzialmente capovolto la precedente impostazione del sistema legislativo tributario : mentre prima, infatti, lo schema accolto era quello del reato di pericolo, per cui condotte anche solo esprimenti una volontà di evadere venivano punite a prescindere dalla concreta evasione, la struttura attuale è quella del reato di danno , che irroga sanzioni solo a fronte di una effettiva ed accertata evasione.
Lo stesso decreto, inoltre, ha ridotto molte delle specificità che caratterizzavano il sistema precedente, mantenendo soltanto alcune ( e poche ) differenze rispetto al sistema penale comune, quali ad esempio il considerare quali speciali cause di non punibilità le obiettive condizioni di incertezza sulla portata e sull’applicazione della norma o la presenza di un comportamento conforme al parere espresso dal Ministero , o la non punibilità del concorso reciproco tra emittente ed utilizzatore delle stesse fatture per operazioni inesistenti.
Venendo dunque, ora, all’analisi dei singoli reati tributari in materia di imposte sui redditi e sul valore aggiunto, il d.lgs. 74/2000 propone una distinzione tra delitti in materia di dichiarazione, documenti e pagamento di imposte.
I delitti in materia di dichiarazione sono a loro volta distinti a seconda del carattere fraudolento o meno del comportamento tenuto. Nel primo caso la dichiarazione può risultare fraudolenta mediante l’uso di fatture o altri documenti per operazioni inesistenti oppure attraverso altri artifici. In questi casi il contribuente indica degli elementi passivi fittizi al fine di evadere l’imposta e pertanto esso può essere punito con la reclusione da un anno e mezzo fino a sei anni.
Nel secondo caso, invece, rientra la fattispecie di dichiarazione infedele, che si realizza quando il contribuente, al fine di evadere, indichi in dichiarazione elementi attivi di ammontare inferiore a quello effettivo oppure elementi passivi fittizi. In tal caso esso può essere punito con la reclusione da uno a tre anni purché, conditio sine qua non , l’imposta evasa sia superiore a 50mila euro e , congiuntamente , l’ammontare complessivo degli elementi attivi sottratti all’imposizione sia superiore al 10% del totale degli elementi attivi indicati in dichiarazione.
Nei delitti in materia di dichiarazione rientra anche la fattispecie della omissione della stessa. Per essa la pena prevista è quella della reclusione da uno a tre anni quando il contribuente, pur essendovi obbligato, non presenti la dichiarazione e l’imposta così evasa sia superiore a 30mila euro.
Eccezione rispetto all’impianto generale del d.lgs.74/2000 sono , invece, i delitti in materia di documenti. Tale decreto, infatti, abbiamo detto che qualifica il delitto in base al danno effettivamente cagionato ; diversamente, invece, il delitto in materia di documenti presenta una autonoma rilevanza penale della condotta finalizzata alla evasione, pur essendo concretamente assente il mancato pagamento dell’imposta. In tal caso, infatti, viene punito con la reclusione da un anno e mezzo a sei anni chiunque, al fine di consentire a terzi di evadere, emetta o rilasci fatture o altri documenti per operazioni inesistenti.
Infine, con riferimento ai reati in materia di pagamento di imposte, risulta centrale la fattispecie di sottrazione fraudolenta al pagamento delle imposte : in tal caso, infatti, il contribuente può essere punito con la reclusione da sei mesi a quattro anni qualora alieni simulatamente i propri beni o compia altri atti fraudolenti sugli stessi al fine di sottrarli alla procedura di riscossione coattiva, la quale deve essere di ammontare complessivo superiore a 50mila euro.

OSPECA
SIMONE CIMA

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