Bail-in e crisi bancarie

Il Consiglio dei Ministri ha recepito da poco la direttiva europea BRRD (Bank Recovery and Resolution Directive) che regolamenta le crisi bancarie. Voluta nel giugno 2013, nei giorni della crisi di Cipro e delle sue banche, introduce in tutti i paesi europei regole armonizzate per prevenire e gestire le crisi delle banche.

Il primo gennaio 2016 entrerà in vigore la direttiva europea sulla risoluzione delle crisi bancarie, una vera rivoluzione per le banche europee, compreso quelle italiane. Ma soprattutto per i risparmiatori e titolari di conti correnti.

Se fino ad oggi le banche sono state salvate anche con soldi pubblici, da gennaio 2016 qualora una banca sia in difficoltà non interverrà più lo Stato, ma dovranno farsi carico delle perdite anche i privati come gli azionisti, obbligazionisti. Se tutto questo non fosse ancora sufficiente a coprire le perdite interverrà un fondo che sarà finanziato dalle banche. Continueranno ad essere garantiti i depositi fino a 100mila euro.

Questo in gergo tecnico si chiama bail-in: difficile che correntisti e risparmiatori ne siano a conoscenza dei veri rischi e degli effetti collaterali della sua introduzione. Anzi, sicuramente non ne sono a conoscenza perchè non sono stati informati. Visto che anche il governo ha recepito la direttiva europea solo il 16 novembre 2015. Toccherà alle banche informare la clientela, si spera prima di gennaio 2016.

Un bail out si verifica quando un governo decide di intervenire con i propri soldi per salvare il sistema bancario. Questo succede per esempio con il famoso QE (quantitative easing) quando le banche immettono nuova liquidità comprando titoli tossici con denaro stampato ex-novo.

In Italia fino ad ora è sempre stato così, anche se in realtà i soldi sono fittizi. Però esiste un fondo di garanzia statale per i correntisti laddove la banca dichiari default. Ebbene, questo fondo sparirà con il bail-in. Questa misura viene intrapresa all’insaputa dei correntisti. Questo è esattamente quello che è accaduto a Cipro. Denaro per 4.2 miliardi di dollari è stato prelevato dai conti correnti dei risparmiatori.

Il ministro delle Finanze olandese ha dichiarato che il “bail in” diventerà una cosa normale man mano che andiamo avanti negli anni. Questo commento ha causato il panico! I mercati azionari Europei e Statunitensi hanno reagito molto bruscamente a questo commento. Successivamente il ministro è tornato sui suoi passi e ha ritrattato la sua dichiarazione.

La definizione di bail in data pubblicamente è la necessità per le banche di trattenere riserve addizionali allo scopo di essere in grado di fronteggiare le emergenze. Ma secondo Jim Sinclair, drago del trading in commodities, nel 2012 la FDIC e la Banca di Inghilterra hanno rilasciato un documento in cui si dichiarava che i “creditori chirografari” della banca si devono assumere la responsabilità di possibili bancarotte. E si prosegue dicendo che un accordo firmato tra le banche stabiliva che i “creditori chirografari” sono quelli che depositano soldi, cioè persone comuni come me e come Te.

Nella crisi ormai pluriennale che attanaglia l’area euro i primi interventi sono stati all’insegna del bail out, con la Ue corsa al capezzale della Grecia. Con l’aggravarsi della crisi di Atene però alcuni Paesi hanno iniziato a ventilare l’idea di coinvolgere i cittadini nei salvataggi per non far ricadere l’intero costo sulle spalle dei contribuenti dei Paesi creditori (in primis la Germania).

In Grecia, per esempio, è stato operato un pesante taglio al valore dei titoli di Stato mentre con la tassa sui depositi a Cipro è stato compiuto un salto di qualità nella strategia del bail in.

In altri termini, in caso di crisi sono gli stessi investitori a dover sopportare i costi del salvataggio della banca, e investitori, sia pure in misura diversa, sono non soltanto i soci, ma anche i creditori (cioè i clienti che depositano i loro risparmi in banca), che si vedranno sostituiti ai soci.

Ma i cittadini italiani hanno il diritto di conoscere quali sono le decisioni prese in sede europea? Soprattutto quelle decisioni che rischiano di costare loro parecchi soldi? La notizia risale ormai a oltre due anni fa, quando venne varata la norma dopo il salvataggio di Cipro. Ma fino a poco tempo fa, in Italia nessuno ne ha parlato. A sollevare la polvere nascosta ci ha pensato Ignazio Visco, governatore della Banca d’Italia. La norma stabilita da Bruxelles prevede che, in caso di fallimento di una banca, siano in prima battuta i clienti della stessa a pagare per salvarla. Lo Stato entrerà in gioco solo in un secondo momento. Il che vuol dire una cosa sola: i nostri conti correnti non sono più garantiti, o almeno non lo sono sopra una certa soglia. E quale sarebbe questa soglia? Lo vogliamo dire ai clienti? Lo stesso numero uno di Bankitalia ha detto che chiunque decide di versare i propri soldi in banca ha il diritto di conoscere come stanno le cose. Le parole di Ignazio Visco sono chiarissime: «Le banche dovranno adottare un approccio nei confronti della clientela coerente con il cambiamento fondamentale apportato dalle nuove regole, che non consentono d’ora in poi il salvataggio di una banca senza un sacrificio significativo da parte dei suoi creditori».

Ma in cosa consiste questo meccanismo e cosa comporta per i clienti delle banche? In sostanza, il deficit di patrimonio rispetto a quello necessario perché la banca possa continuare ad operare (la cosiddetta soglia minima di patrimonio) viene “trovato” non all’esterno, ma presso gli stessi finanziatori, che vedono i loro crediti convertiti (secondo una sequenza prestabilita, e con esclusione dei depositanti garantiti e pochi altri creditori) in capitale, fino al livello necessario a ristabilire la soglia minima.

Per effetto della conversione, i “vecchi” soci sono diluiti o esclusi dalla società. Contemporaneamente, la banca viene ristrutturata dal punto di vista operativo ed è capace di reperire liquidità grazie all’avvenuto rafforzamento patrimoniale.

Scendendo nel dettaglio, nel caso di un dissesto bancario non sanabile in tempi brevi e che metta in pericolo l’intero sistema, la Banca d’Italia potrà:

– vendere una parte dell’attivo;

– trasferire temporaneamente le attività e passività a una bridge bank (ossia a un veicolo costituito per proseguire le funzioni più importanti in vista di una successiva cessione sul mercato);

– trasferire le attività deteriorate a una bad bank (che ne gestisca la liquidazione);

– applicare il bail in.

Dal bail in sono escluse alcune passività:

– i depositi di importo fino a 100mila euro (protetti dal sistema di garanzia dei depositi);

– passività garantite come covered bonds e altri strumenti garantiti;

– passività derivanti dalla detenzione di beni della clientela (come ad esempio il contenuto delle cassette di sicurezza) o in virtù di una relazione fiduciaria (come i titoli detenuti in un conto apposito);

– passività interbancarie (ad esclusione dei rapporti infragruppo) con durata originaria inferiore a 7 giorni;

– passività derivanti dalla partecipazione ai sistemi di pagamento con una durata residua inferiore a 7 giorni;

– debiti verso dipendenti, debiti commerciali e quelli fiscali purché privilegiati dalla normativa fallimentare.

Il bail in si applica seguendo una gerarchia la cui logica prevede che chi investe in strumenti finanziari più rischiosi sostenga prima degli altri le eventuali perdite o la conversione in azioni. Solo dopo aver esaurito tutte le risorse della categoria più rischiosa si passa alla categoria successiva. Dunque i primi a dover sborsare il proprio denaro saranno gli azionisti, seguiti dagli obbligazionisti meno assicurati (le obbligazioni subordinate verranno coinvolte nel pagamento) e dai depositi bancari superiori ai 100 mila euro. La direttiva, dunque, garantisce solo i depositi inferiori a tale soglia (ma nella versione di Bruxelles esiste una legge delega che prevede che in caso di gravità eccessiva si possa abbassare la soglia).

Possiamo sentitizzare i soggetti e la gerarchie del bail in in questo modo:

1. Azioni e strumenti di capitali

2. Titoli subordianti

3. Obbligazioni e altre passività ammissibili

4. Depositi superiori a 100.000 € di persone fisiche e PMI

Sui depositanti va fatta un’ulteriore puntualizzazione oltre quella che i depositi fino a 100mila euro sono espressamente esclusi dal bail in. Anche per la parte eccedente i 100mila euro, i depositi ricevono un trattamento preferenziale: saranno infatti toccati solo nel caso in cui il bail-in di tutti gli strumenti con un grado di protezione minore nella gerarchia fallimentare non fosse sufficiente a coprire le perdite e a ripristinare un livello adeguato di capitale. I depositi al dettaglio eccedenti i 100mila euro possono inoltre essere esclusi dal bail-in in via discrezionale, al fine di evitare il rischio di contagio e preservare la stabilità finanziaria a condizione che il bail-in sia stato applicato ad almeno l’8% del totale delle passività.

OSPECA

Paolo Mitillo

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Lo sviluppo sostenibile

Lo sforzo economico dovuto allo sviluppo sostenibile ha grandi numeri. Benché molti investimenti in progetti di sviluppo sostenibile sono ancora da pianificare, le stime indicano che si dovrà destinare una somma pari 6 trilioni di dollari all’anno solo per nuove infrastrutture più green. Più in generale, si avverte il bisogno di allineare tutti gli investimenti globali, che si aggirano intorno ai 20-25 trilioni di dollari all’anno, agli obiettivi dello sviluppo sostenibile.Dagli ultimi studi è emerso che non possiamo più aspettare l’abbassamento dei costi tecnologici o che tutti i cittadini cambino improvvisamente il loro stile di vita. Abbiamo bisogno di iniziare a fare le modifiche fin da ora, o le forze della natura mineranno i nostri sforzi futuri.

Convenzionalmente, questo tipo di investimento è a carico delle finanze pubbliche. Ma dato che stiamo parlando di una somma talmente elevata, l’intervento pubblico non è sufficiente. Anche in Cina, dove lo stato dei conti pubblici è relativamente buono, la Banca popolare di Cina ha stimato che sarà in grado di soddisfare solo il 15% del fabbisogno di finanziamento per le tecnologie ecosostenibili. Quindi è necessario in finanziamento da parte dei privati. Mercati finanziari e dei capitali globali gestiscono oltre $ 300 trilioni di dollari di attività finanziarie, principalmente attraverso prestiti bancari e il valore delle azioni in borsa e obbligazioni. Oggi, poco di questi fondi vengono utilizzati per finanziare lo sviluppo sostenibile, al contrario una grande parte viene utilizzata per finanziare le attività economiche insostenibili. Infatti, gran parte finanziamenti privati ​​è utilizzato per il trading profittevole a breve termine, che non danno beneficio all’economia reale, sottraendo in questo modo fondi da impieghi più produttivi.

Degli esempi virtuosi vengono dalle istituzioni dei paesi del BRICS o che, comunque, stanno vivendo un periodo di crescita economica. La Financial Services Authority indonesiana ha stabilito una “roadmap finanza sostenibile” attinente alle capacità, informazioni e misure fiscali e normative. La banca centrale del Brasile ha imposto norme ambientali sul settore bancario del paese e la banca centrale del Kenya si è battuto per l’introduzione dei servizi di pagamento mobile-based come un mezzo per aumentare l’inclusione finanziaria. La Banca Popolare di Cina ha fatto una serie di raccomandazioni normative, legali, fiscali ed istituzionali per rendere più sostenibile il sistema economico cinese nel corso del 13 ° piano quinquennale. Di sicuro è necessario che questi impegni, solamente dichiarati, si trasformino in un’azione concreta e duratura.

Anche alcuni paesi sviluppati hanno iniziato a comprendere l’importanza della svolta green. La Banca d’Inghilterra e di Francia, con le loro recenti misure, hanno incominciato a chiedere conto alle istituzioni finanziarie sul loro impegno ambientale. Quasi 30 borse internazionali hanno firmato la Sustainable Initiative, impegnandosi a portare avanti lo sviluppo sostenibile. La società di rating Standard and Poor’s ha incorporato i rischi climatici tra i parametri per calcolare i rating sovrani.

L’importanza di finanziare lo sviluppo sostenibile è indiscutibile. Fortunatamente, ci sono le condizioni per allineare al meglio il sistema finanziario a queste esigenze. Il tempo che ci rimane è agli sgoccioli e non ci si può più permettere di attendere ulteriormente.

Il non futuro del nostro paese

“Abbiamo fatto troppo poco come Paese e il doloroso segno di questo arretramento è una diaspora dei migliori e dei più competitivi, che lasciano un paese avaro, che non sa trattenerli. Parliamo di persone, di cervelli, di capitale sociale, l’unico di cui dispone una nazione come la nostra povera di materie prime”, queste sono le parole del presidente della Confindustria Giorgio Squinzi. Il concetto di capitale umano in Italia forse non è mai arrivavo. I nostri giovani sono ormai confinati in una situazione di stallo e di scoraggio, le politiche effettuate negli ultimi anni hanno trasferito ricchezza da classi di età produttive a improduttive portando come viene evidenziato dal grafico sottostante.


Il Pil italiano degli ultimi anni conferma la tendenza alla crescita moderata grazie alle esportazioni, la componente investimenti è solo residuale mentre sono in forte caduta i consumi. I consumi non ripartono sia a causa delle crisi finanziarie, sia anche alla mancanza di politiche attive sui giovani che sono i motori della produttività. La ricchezza nell’ultimo decennio è stata trasferita dai giovani agli anziani, questo schema è ampliato anche da leggi che favoriscono l’eredità. Il piano attuato dal legislatore sembra esser chiaro, trasferimento di ricchezza dai giovani, produttivi e con consumi alti, a classi di età con poca aspettativa di vita, consumi bassi, che possono nel passare del tempo trasferire al proprio ricchezza ai propri figli, agevolato da una bassa tassazione sull’eredità. Dunque in Italia è più importante essere “figli di” che essere intelligenti e meritevoli, tutto ciò con il passare degli anni ha portato il nostro paese ad un impoverimento intellettuale, una bassa produttività e ad una bassa crescita.

La tassazione sulle successioni nel nostro paese, come si può notare dal grafico soprastante, si attesta tra il 4% e l’8%, molto al di sotto della media europea, favorendo così il meccanismo di non redistribuzione della ricchezza e di meritocrazia per passaggi generazionali. Questo meccanismo di non favorire i giovani si può notare anche nell’evoluzione dei salari. L’evoluzione durante il ciclo di vita lavorativa favorisce le fasce di età più alte.


La cosa curiosa è che a confronto con altri paesi EU dove la curva dei salari e molto più piatta e non segue la produttività. In 15 anni siamo riusciti a distruggere un paese, impoverendolo sia di ricchezza finanziaria, intellettualmente e soprattuto di speranza.

OSPECA

Fabio Marinaro

La MIFID

La direttiva dell’Unione Europea 2004/39/CE (conosciuta anche come direttiva MiFID, acronimo di Markets in Financial Instruments Directive) è un atto normativo emanato dal Parlamento Europeo in data 21 aprile 2004. E’ un tassello notevole verso la costruzione di un mercato finanziario integrato, competitivo ed efficace all’interno dell’Unione europea (UE).

A tale direttiva ne è seguita un’altra, la 2006/73/CE, attuativa della stessa. Entrambe sono state recepite poi recepite dall’Italia nel 2007 secondo le norme del diritto europeo. Una delle conseguenze di tale approccio è il riconoscimento tra i servizi di investimento della consulenza in materia di investimenti.

La direttiva in questione si applica a tutte le macro-categorie di soggetti operanti nei mercati finanziari ovvero: gli intermediari, cioè le banche e le imprese di investimento; i soggetti che forniscono servizi di consulenza finanziaria e le c.d. trading venues, che comprendono i gestori di mercati regolamentati e gli Internalizzatori Sistematici. La MiFID impone alle imprese di investimento di operare una classificazione della propria clientela ai fini di modulare gli obblighi informativi da assolvere e le tutele da garantire.

Vi sono tre categorie di clienti: il cliente al dettaglio, definito come né cliente professionale né controparte qualificata; il cliente professionale cioè la categoria alla quale appartengono di diritto i soggetti autorizzati a svolgere servizi di investimento (i Governi nazionali e locali, gli enti pubblici, le Banche centrali e le istituzioni internazionali le società di diritto privato che superano determinati limiti di fatturato); la controparte qualificata, un sottoinsieme dei clienti professionali composto da imprese di investimento, enti creditizi e assicurativi.

La classificazione della clientela è funzionale all’individuazione degli obblighi informativi da assolvere. Vi sono obblighi informativi nei confronti di tutte le categorie di clienti e riguardano: la classificazione assegnata; gli eventuali conflitti di interesse; le informazioni sulle perdite. A prescindere dalla categoria di appartenenza, il cliente ha diritto ad informazioni sufficienti ad effettuare scelte di investimento consapevoli e che siano oneste, chiare e non fuorvianti. La MIFID mira a favorire la creazione di mercati finanziari integrati ed efficienti nonché ad assicurare un grado di armonizzazione necessario per poter offrire agli investitori un livello elevato di protezione e consentire alle imprese di investimento di prestare servizi in tutta la Comunità Europea.

 

OSPECA

MICHELE FASCETTI

L’UNIONE EUROPEA

L’idea di Europa inizialmente era patrimonio di una cerchia ristretta di filosofi e di idealisti. Grazie alle idee scaturite dai movimenti di resistenza ai totalitarismi, affiorò il concetto di un’organizzazione del continente in grado di superare gli antagonismi nazionali e alcuni leader europei si convinsero che l’unico modo per garantire una pace durevole tra i loro Paesi era unirli economicamente e politicamente, fu così che nel 1993 nacque l’Unione Europea. Prima di arrivare all’UE come la conosciamo noi oggi sono stati necessari vari passaggi che iniziarono dopo la fine del secondo conflitto mondiale.
Nel 1949 gli stati europei instituiscono il Consiglio d’Europa stipulando la prima convenzione europea dei diritti dell’uomo; il Consiglio d’Europa fu la prima organizzazione europea ad essere istituita e si assume il compito di difendere i diritti dell’uomo, la democrazia parlamentare e il principio di legalità.
Nel 1950 nacque invece l’Europa comunitaria, questo progetto venne mostrato da Robert Schuman e da Jean Monnet, e venne proposto alla Germania e agli altri Paesi che volessero partecipare di creare una comunità di interessi pacifici.
Nel 1951 con il trattato di Parigi viene istituita la Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio (CECA); la proposta della sua creazione, annunciata da Schuman nel 1950, fu rapidamente accettata da 6 Paesi: Belgio, Francia, Italia, Repubblica Federale Tedesca, Lussemburgo e Olanda (“comunità dei sei”). Il trattato di Parigi è entrato in vigore nel 1952 e viene considerato il precursore del trattato di Roma, fondatore della Comunità Economica Europa.
L’esperienza positiva della CECA e il crescente entusiasmo dell’opinione pubblica europea intorno ai primi dibattiti su un progetto relativo all’istituzione di un mercato comune, diedero nuovo slancio al processo di integrazione.
Nel 1955 i sei Stati membri della CECA parteciparono alla conferenza di Messina con la quale enunciarono una serie di principi e intenti volti alla creazione della Comunità Europea dell’Energia Atomica (Euratom).
La CECA fu un tale successo che, nell’arco di pochi anni, gli stessi sei Paesi decisero di compiere un passo successivo integrando altri settori della propria economia. Così il 25 marzo 1957 viene firmato a Roma il trattato istitutivo della Comunità Economica Europea (CEE), i sei Paesi si uniscono quindi nel Mercato Comune Europeo (MEC). Il trattato di Roma prevedeva l’istituzione di un’alta autorità (poi Commissione Europea), con compiti esecutivi e di iniziativa legislativa; un Consiglio dei Ministri (poi Consiglio Europeo), che approva e promulga gli atti legislativi; una Corte di Giustizia interprete delle norme del trattato; istituzione dell’Assemblea Parlamentare Europea (poi Parlamento Europeo).
Gli obiettivi principali del trattato di Roma furono:

• L’eliminazione dei dazi doganali tra gli Stati Membri;
• L’istituzione di una tariffa doganale esterna comune;
• L’introduzione di politiche comuni nel settore dell’agricoltura e dei trasporti;
• La creazione di un Fondo Sociale Europeo;
• L’istituzione della Banca Europea degli Investimenti;
• Lo sviluppo della cooperazione tra gli Stati Membri.

Per raggiungere questi obiettivi il trattato pone alcune linee guida e definisce il quadro per l’attività legislativa delle istituzioni comunitarie, in particolare riguardo alla politica agricola comune, la politica dei trasporti e una politica commerciale comune. Il mercato comune basato su quattro libertà fondamentali: libera circolazione delle persone, dei servizi, delle merci e dei capitali, che avrebbe dovuto realizzarsi in un periodo di dodici anni. Solitamente con “Trattato di Roma” si indica, il solo trattato istitutivo della CEE, ma nella stessa data fu firmato anche il trattato EURATOM che, inizialmente, fu elaborato per coordinare i programmi di ricerca dei Paesi aderenti al fine di promuovere un uso pacifico dell’energia nucleare. Esso mira alla condivisione delle conoscenze, delle infrastrutture e del finanziamento dell’energia nucleare.
Nel 1965 con il trattato di Bruxelles la CEE, CECA e EURATOM vennero unificati, ciò tuttavia non comportava un’unificazione della comunità.
Nel 1973, i successi dei sei spinsero la Gran Bretagna, l’Irlanda e la Danimarca ad unirsi ad essi. A questo punto inizia ad affermarsi l’idea della necessità di creare una moneta comune europea, così nel 1978 viene creato il Sistema Monetario Europeo (SME) che entra in vigore nel 1979 con lo scopo di rendere stabili i cambi tra le monete dei paesi della CEE (adottando come unità monetaria l’ECU).
Nel 1979 il Parlamento Europeo viene eletto per la prima volta a suffragio universale.
Nel 1981 entra a far parte della CEE anche la Grecia.
Nel 1984 il Parlamento Europeo approva il progetto di trattato per l’Unione Europea, che prevede il trasferimento alla Comunità di varie competenze in materia di politica economica e finanziaria, di Sanità e di legislazione sociale, con la proposta di creare una vera unione politica. Nello stesso anno il movimento federalista, presente in quasi tutti i paesi d’Europa, propone un’unione fra tutti gli stati in un unico superstato, unione non solo economica ma anche politica e militare. Tale proposta viene respinta, ma nel 1992 si decise di creare comunque un mercato unico europeo, dal momento che i problemi di cui si occupa non sono più solo economici, quindi non si parlerà più di CEE ma di Comunità Europea (CE).
Nel 1986 da 10 Stati si passa a 12 poiché entrano a far parte della CEE anche Spagna e Portogallo.
Il 1 luglio 1987 entra in vigore l’Atto Unico Europeo il cui obiettivo era quello di realizzare entro il 1992 il mercato interno unico, cioè uno spazio senza frontiere che assicurasse la libera circolazione di merci, servizi, persone e capitali.
Una delle principali tappe per la storia dell’integrazione europea è sicuramente quella del 9 novembre 1989 con la caduta del muro di Berlino.
Finalmente con il trattato di Maastricht, che entra in vigore il 1 novembre 1993, nasce l’Unione Europea (UE). Con questo trattato vengono introdotti i cosiddetti Tre pilastri dell’Unione Europea: la “Comunità Europea” che riunisce tutti i trattati precedenti (CECA, Euratom e CEE), la Politica estera e di sicurezza comune (PESC) e la politica estera di sicurezza e difesa (PESD) e infine la Cooperazione nei settori della giustizia e degli affari interni (CGAI). Con il Trattato di Maastricht i paesi aderenti, al fine di arrivare ad un’unione effettiva, hanno deciso:

• la creazione di una moneta unica, l’EURO
• la realizzazione della cittadinanza europea
• che l’UE sia l’interlocutore in tutte le relazioni esterne per la difesa e la sicurezza comune.

Nel 1995 entrano in vigore gli accordi di Schengen che consentono ai cittadini di viaggiare liberamente senza controllo dei passaporti alle frontiere; il sostegno finanziario dell’UE consente a milioni di giovani di studiare all’estero, inoltre viene semplificata la comunicazione, in quanto sempre più cittadini utilizzano il cellulare e internet. Sempre nel 1995 entrano in Europa anche Austria, Finlandia e Svezia, passando da 12 a 15 Paesi membri.
Nel 1997 viene firmato dai 15 Stati membri il trattato di Amsterdam, il quale si pone 4 grandi obiettivi:

• porre l’occupazione e i diritti dei cittadini come punto focale dell’Unione;
• eliminare gli ultimi ostacoli alla libera circolazione e rafforzare la sicurezza;
• permettere all’Europa di esercitare maggiore influenza sulla scena mondiale;
• rendere più efficace l’architettura istituzionale dell’Unione in previsione degli allargamenti successivi.

Nel 2000 il Consiglio Europeo di Nizza proclama la Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea, la quale enuncia i diritti e i principi che dovranno essere garantiti a tutti i cittadini dell’Unione: dignità, libertà, uguaglianza, solidarietà, cittadinanza e giustizia.
Nel 2001 viene poi firmato il trattato di Nizza (che entra in vigore nel 2003) il quale ha ulteriormente modificato i trattati UE e CEE portando cambiamenti a livello del funzionamento delle istituzioni dell’UE introducendo il voto a maggioranza.
Il 1 gennaio 2002 nei 12 Paesi membri (Austria, Belgio, Finlandia, Francia, Germania, Grecia, Irlanda, Italia, Lussemburgo, Paesi Bassi, Portogallo e Spagna) entra in circolazione l’Euro, che rappresenta la moneta unica.
Il primo maggio 2004 sono entrati a fare parte dell’UE altri dieci paesi che hanno portato a 25 i membri dell’Unione: Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca, Estonia, Lituania, Lettonia, Slovenia, Slovacchia, Malta e Cipro. L’Unione europea dei 25 Paesi costituirà il più esteso blocco commerciale del mondo ed il suo mercato unico conterà 500 milioni di cittadini. Si moltiplicheranno le prospettive di crescita economica nei nuovi stati membri e anche negli altri si apriranno nuovi sbocchi economici.
Nel 2007 entrano a far parte dell’UE la Bulgaria e la Romania. La Slovenia entra a far parte dell’Eurozona, diventandone il 13mo membro. Sempre nel 2007 i 27 Paesi dell’UE firmano il trattato di Lisbona che apporta modifiche ai trattati precedenti, rendendo l’UE più efficiente e trasparente.
Nel 2008 all’Eurozona entrano a far parte anche Cipro e Malta. Nel settembre 2008 una grave crisi finanziaria investe l’economia mondiale, portando a una più stretta collaborazione in campo economico tra i Paesi dell’UE.
Nel 2009 anche la Slovacchia entra a far parte dell’Eurozona, mentre nel 2011 è la volta dell’Estonia.
Nel 2011 si apre il “semestre europeo”, un ciclo semestrale di coordinamento delle politiche economiche dei Paesi dell’UE con lo scopo di prevenire crisi economiche come quella del 2008-10. Durante questo semestre la Commissione può offrire un orientamento politico e formulare raccomandazioni ai governi prima della definizione dei bilanci nazionali. Ciò consentirà agli Stati membri di coordinare meglio le loro politiche economiche e di beneficiare di una strategia economica europea comune, pur mantenendo la possibilità di adattare le politiche alla loro situazione nazionale.
Nel 2012 anche la Croazia aderisce all’Unione Europea (28mo Paese). Sempre in quest’anno entra in vigore il trattato che istituisce il meccanismo europeo di stabilità (MES). Questo trattato prevede una maggiore stabilità, il coordinamento e la governance dell’unione economica e monetaria. L’obiettivo del trattato è rafforzare la disciplina di bilancio mediante sanzioni automatiche e controlli più rigorosi e, in particolare, mediante la “regola del pareggio di bilancio”.
Nel luglio 2013 la Croazia è l’ultimo Paese membro entrato nell’UE.