IL CASO DEI 48 MILIARDI DI DOLLARI POLVERIZZATI DALLA BANCA D’ITALIA PER DIFENDERE INUTILMENTE LA LIRA NEL ’92

Ventidue anni fa, con il suo fondo Quantum, contribuì a portare la lira, e la nostra economia, a un passo dal baratro. Ora, George Soros, finanziare americano di origini ungheresi e come egli stesso ama sottolineare con ironia, filosofo fallito, approdato ai mercati finanziari per sbarcare il lunario. Soros deve la propria fama alle straordinarie performance ottenute dal sui Quantum Fund, specializzato in strategie d’investimento legate all’evoluzione degli scenari macroeconomici. Ed è proprio nella debolezza del contesto economico italiano di quegli anni che l’astuto gestore intravede un enorme spazio di profitto. E difende tutte le sue mosse.
“L’attacco speculativo contro la lira – afferma Soros – fu una legittima operazione finanziaria”. “Mi ero basato sulle dichiarazioni della Bundesbank, che dicevano che la banca tedesca non avrebbe sostenuto la valuta italiana. Bastava saperle leggere”. Nessun segreto, insomma. Nessuna informazione riservata o soffiata nei salotti dell’alta finanza. Solo una lucida, ma spietata, comprensione della realtà, che Soros sintetizza con una formula particolarmente efficace: “Gli speculatori fanno il loro lavoro, non hanno colpe. Queste semmai competono ai legislatori che permettono che le speculazioni avvengano. Gli speculatori sono solo i messaggeri di cattive notizie”.
Fra il 1991 e il 1995 la lira perse quasi un terzo del suo valore. Il potere di acquisto degli italiani si contrasse di un sesto, non moltissimi ma soltanto perché si sviluppo una profonda recessione della domanda interna, i pressi internazionali delle materie prime rimasero tranquilli e venne imposto il congelamento di quella che allora si chiamava “scala mobile”.
Nel settembre del ’92 l’attacco alla lira della speculazione internazionale si scatenò con tensioni da film giallo. Tra l’estate e l’autunno la Banca d’Italia polverizzò riserve per 48 miliardi di dollari (pari a circa 75 mila miliardi di lire) in una inutile difesa del cambio, voluta dal capo del governo Giuliano Amato e dal ministro del Tesoro Piero Barucci. Il marco salì da 750 a 927 lire. Ma il governatore della banca centrale di allora, Carlo Azeglio Ciampi, dopo avere – da ministro del Tesoro – riportato la lira nel Sistema monetario europeo (Sme) e ottenuto incoraggianti risultati contro l’inflazione, ha ricostruito per la prima volta in pubblico gli aspetti politico – economici di quella vicenda con toni pacati e ottimistici.
L’intera storia resta comunque densa di misteri. Ancora resiste, per esempio, il segreto sulla perdita reale subita dalla Banca d’Italia (quindi dai contribuenti), comprando su tutti i mercati la moneta nazionale per sostenerne la quotazione. I giornali stimarono cifre colossali e un guadagno, solo per lo speculatore George Soros, di un miliardo di dollari. Quell’attacco alla lira del ’92 fu fronteggiato da una squadra che, a causa della passione per il basket di uno dei componenti (Barucci), fu ironicamente soprannominata negli ambienti dei cambisti “dream team”, come il quintetto Usa che vinse la medaglia d’oro di pallacanestro alle Olimpiadi di Barcellona ’92. E, in effetti, il presidente del Consiglio Amato, il ministro del Tesoro Barucci, il governatore Ciampi, i direttori generali della Banca d’Italia e del ministero del Tesoro, Lamberto Dini e Mario Draghi, agirono come una squadra in quella partita, purtroppo persa. Inizialmente il principale responsabile di quei 48 miliardi di dollari bruciati dalla Banca d’Italia apparve Amato, nominato premier dopo essere stato tra i più stretti collaboratori del leader del Psi Bettino Craxi. Da capo del governo garantì la stabilità del cambio come base della politica economica. Ma lui conferma che tutto avvenne di comune accordo. “La difesa della lira nel ’92 non è mai stata oggetto di miei ordini – precisa Amato -. Le ragioni della difesa, come quelle del suo abbandono, non furono mai oggetto di dissenso fra i diversi responsabili e sono state spiegate per iscritto non solo da me.
Lo sfondo sono le inchieste sulla corruzione, che delegittimarono i leader della Dc e del Psi, e tanti imprenditori. L’assassinio del magistrato antimafia Paolo Borsellino (dopo quello del collega Giovanni Falcone) aggravò la situazione. Craxi dovette stare fuori dal governo, ma impose il fido professore Amato, dopo che risultarono già impresentabili i craxiani Claudio Martelli e Gianni De Michelis. Barucci, un professore catapultato al vertice di Montepaschi e Credito Italiano dalla Dc di Ciriaco De Mita, divenne ministro del Tesoro. Ma questi due professori non avevano gran peso politico. In più vararono una tassa del sei per mille sui depositi bancari, che minò la credibilità finanziaria del Paese. Il 5 e 6 settembre, in un vertice informale a Bath in Inghilterra, quasi non vennero ascoltati dagli altri leader europei. La Germania, quando s’intensificò l’attacco degli speculatori, mollò l’Italia e aiutò la Francia. Il 13 settembre si decise una insufficiente svalutazione. Non si poteva fare di più e prima, salvando 48 miliardi di dollari? Barucci ammette la consapevolezza, dall’inizio, che quel tentativo di difendere il cambio della lira sarebbe convenuto solo agli speculatori. Secondo lui, gli operatori finanziari avevano sotto gli occhi, da mesi, i grafici sugli andamenti dei cambi, che dichiaravano quanto la moneta italiana fosse sopravvalutata. Sapeva che occorreva mettere in conto anche una imminente svalutazione. “Avevo in mente quei grafici quando fui nominato ministro del Tesoro nel governo Amato – ricorda -. Ed avevo, non so se nella mente o nel subcosciente, l’idea che la lira non avrebbe retto ad un attacco speculativo appena appena bene organizzato”. Anche il governatore Ciampi dal 4 luglio del ’92 aveva consigliato al governo di svalutare. Poi tutto il “dream team” si schierò compatto in difesa. E, quando le riserve in valuta della Banca d’Italia risultarono azzerate dagli speculatori, il governatore offrì le sue dimissioni. In quell’estate del ’92 tanti investitori fuggivano dai titoli di Stato italiani, certi di una prossima svalutazione della lira. In Italia, secondo vari operatori finanziari, si sarebbe però formato un partito sommerso anti – svalutazione. L’avrebbero composto banche, grandi aziende e imprenditori, che s’erano indebitati in valuta per pagare meno il denaro, o che, in ogni caso, volevano tempo per acquistare marchi e dollari con la lira non ancora deprezzata. Ma, gli orientamenti di questa ipotetica lobby, condizionarono il governo? Amato nega: “Ignoro gli orientamenti a cui si fa riferimento”. Smentisce poi che, quanto emerso nei colloqui con Ciampi e Barucci, avrebbe potuto evitare qualche errore di percorso. “In ogni incontro vengono espresse opinioni, dubbi, problemi e poi si arriva a una conclusione – chiarisce Amato -. La materia non mi pare si presti a scoop in ritardo”. Una notizia inedita però trapela. Riguarda un’invenzione con cui la Banca d’Italia simulò di aver ricostituito sufficienti riserve valutarie dopo averle perse tutte. Fu avviata con il sistema bancario un’attività di “pronti contro termine” in valuta: considerando quelle operazioni come se fosse tutto denaro vero. “Fu un trucco quasi geniale – dice un cambista -. Era come mettere di nascosto in piedi dei cadaveri, con un fucile in mano, per ingannare e impaurire il nemico, in quel caso gli speculatori”. I protagonisti, in ogni caso, escludono di sapere di fughe di notizie a favore di speculatori. “Non capisco chi avrebbe dato a chi informazioni riservate – taglia corto Amato -. I vertici politici, compresa l’opposizione, vennero informati della svalutazione durante il week end in cui essa fu decisa”.

OSPECA
PAOLO MITILLO

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