Il non futuro del nostro paese

“Abbiamo fatto troppo poco come Paese e il doloroso segno di questo arretramento è una diaspora dei migliori e dei più competitivi, che lasciano un paese avaro, che non sa trattenerli. Parliamo di persone, di cervelli, di capitale sociale, l’unico di cui dispone una nazione come la nostra povera di materie prime”, queste sono le parole del presidente della Confindustria Giorgio Squinzi. Il concetto di capitale umano in Italia forse non è mai arrivavo. I nostri giovani sono ormai confinati in una situazione di stallo e di scoraggio, le politiche effettuate negli ultimi anni hanno trasferito ricchezza da classi di età produttive a improduttive portando come viene evidenziato dal grafico sottostante.


Il Pil italiano degli ultimi anni conferma la tendenza alla crescita moderata grazie alle esportazioni, la componente investimenti è solo residuale mentre sono in forte caduta i consumi. I consumi non ripartono sia a causa delle crisi finanziarie, sia anche alla mancanza di politiche attive sui giovani che sono i motori della produttività. La ricchezza nell’ultimo decennio è stata trasferita dai giovani agli anziani, questo schema è ampliato anche da leggi che favoriscono l’eredità. Il piano attuato dal legislatore sembra esser chiaro, trasferimento di ricchezza dai giovani, produttivi e con consumi alti, a classi di età con poca aspettativa di vita, consumi bassi, che possono nel passare del tempo trasferire al proprio ricchezza ai propri figli, agevolato da una bassa tassazione sull’eredità. Dunque in Italia è più importante essere “figli di” che essere intelligenti e meritevoli, tutto ciò con il passare degli anni ha portato il nostro paese ad un impoverimento intellettuale, una bassa produttività e ad una bassa crescita.

La tassazione sulle successioni nel nostro paese, come si può notare dal grafico soprastante, si attesta tra il 4% e l’8%, molto al di sotto della media europea, favorendo così il meccanismo di non redistribuzione della ricchezza e di meritocrazia per passaggi generazionali. Questo meccanismo di non favorire i giovani si può notare anche nell’evoluzione dei salari. L’evoluzione durante il ciclo di vita lavorativa favorisce le fasce di età più alte.


La cosa curiosa è che a confronto con altri paesi EU dove la curva dei salari e molto più piatta e non segue la produttività. In 15 anni siamo riusciti a distruggere un paese, impoverendolo sia di ricchezza finanziaria, intellettualmente e soprattuto di speranza.

OSPECA

Fabio Marinaro

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La politica keynesiana del Giappone

“Il nostro impegno è orientato ad aumentare le attese sull’inflazione e a liberarsi del trend deflazionistico del Giappone. Il nostro target sui prezzi è la chiave per porre fine alla deflazione.”Queste sono le parole di Haruhiko Kuroda, governatore della Bank of Japan.


Il piano di stimoli monetari della Bank of Japan e del governatore Abe ha contribuito in modo notevole a cambiare le aspettative sui prezzi di aziende e famiglie. L’obiettivo che il governo si è prefissato è l’inflazione al 2%, e pensa di raggiungerlo nel marzo del 2016. La politica monetaria attuata dal governatore Abe iniziata nell’aprile del 2013 con le famose 3 frecce ha contribuito ad aumento i salari del 1,2% per i lavoratori full time mentre del 3,8% per quelli part time.


I tre pilastri su cui si basa l'”Abeconomics” sono: una politica fiscale espansiva con un aumento di spesa pubblica di circa 10,3 trilioni di yen, pari al 2% del Pil coperto solo in parte dall’aumento della tassa dei consumi, Iva, che è passata dal 5% del 2013 al 10% del 2015. Una politica monetaria con l’aumento del doppio della base monetaria con un quantitative easing in stile americano e la terza un programma di riforme strutturali per accrescere la competitività del paese nel medio lungo periodo.

Alla base di tutto c’è l’idea keynesiana che la politica monetaria sia accomodata dalla politica fiscale, in altre parole il ministro delle Finanze, la Bank Of Japan dovrebbero agire di concerto. L’ idea di base di tutta questa struttura è che in un regime di cambi flessibili, un aumento della base base monetaria comporta un deprezzamento dello Yen e il conseguente aumento delle esportazioni che si traduce in aumento dei profitti aziendali e dei salari con alla fine un incremento della domanda interna e dell’inflazione.


Il ministro dell’economia del Giappone, sulla scia dell’indebolimento del prezzo del petrolio, del rallentamento della Cina e dei paesi emergenti e della paura della discesa dei prezzi, negli ultimi giorni ha sottolineato come “non ci sono limiti” alle opzioni della Bank of Japan, che potrebbe dunque inondare il mercato di ulteriore liquidità dal momento che sia i consumi che gli investimenti sono ancora deboli e che esistono rischi esteni, in caso di minacce concrete la banca centrale dovrà lanciare nuovi stimoli.

OSPECA

Fabio Marinaro

Russia: investirci o no?

La Russia, come è noto, è un paese che ha una lunga storia, la quale soprattutto negli ultimi trent’anni ha profondamente caratterizzato l’economia di questo paese.               Alcuni anni importanti che vanno sicuramente ricordati sono il 1917 con la rivoluzione comunista in Russia, il 1918 anno in cui l’Ucraina proclama un’indipendente Repubblica Socialista, 1922 in cui ’URSS costituitosi include la Federazione Russa, la Repubblica Socialista Ucraina, la Repubblica Socialista Bielorussa e la Repubblica Socialista Transcaucasica, il 1990 anno in cui l’Ucraina diviene indipendente, il 1954 quando la Crimea abbandona la Russia e diviene parte dell’Ucraina, il 1991 importante per il collasso dell’Unione Sovietica e, più recentemente, il 2001, anno in cui la Russia viene inserita tra i paesi del BRIC insieme a Brasile, India e Cina e che segnerà un aumento dell’appeal del paese da parte di capitali ed investitori stranieri.

La Russia ha quindi attraversato negli ultimi vent’anni un periodo di crescita importante, che tuttavia ha visto nel periodo recente un forte rallentamento dovuto ad un insieme di fattori.

Il tutto parte dal 2014, anno in cui è stato lanciato un attacco speculativo verso la Russia con il conseguente crollo del prezzo del petrolio ad opera degli Stati Uniti, preoccupati della sua continua crescita. A niente sono serviti gli interventi della Banca Centrale Russa e la situazione è continuata a peggiorare successivamente alle questioni relative all’annessione della Crimea da parte della Russia a cui sono seguite le sanzioni da parte dell’UE, prolungate  di recente fino al 31 Gennaio 2016.

Di conseguenza il calo del prezzo del petrolio, la debolezza del Rublo e le sanzioni da parte dell’Unione Europea, hanno determinato un calo del PIL del 4.6%, una percentuale maggiore dello 0,3% rispetto a quelle che erano state le previsioni della Banca Centrale Russa.

La contromossa della Russia alle sanzioni ricevute è stata quindi quella dell’embargo, limitando di molto le importazioni, soprattutto nel settore food, da altri paesi.             Questo ha colpito in primis l’Italia, che ha registrato una diminuzione delle esportazioni dell’11,6%.

Di recente poi la società di consulenza Ernst & Young ha stilato un rapporto sull’attrattività dei vari paesi del mondo per gli investitori e si può notare nel grafico come nel corso degli anni recenti la Russia abbia perso 8 punti, ponendosi come il paese meno attrattivo tra quelli del BRICS.

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Dato di certo non incoraggiante.

Inoltre, secondo un altro studio dell’Economist, entro il 2050 la Russia sparirà dalla classifica dei 10 paesi al mondo con il PIL più alto, vedendo invece un maggiore rafforzamento della Cina e dell’India e l’affermazione di paesi “nuovi” come il Messico e l’Indonesia che potrebbero risultare più promettenti in un’ottica di investimenti di lungo periodo.

econ

LA CRISI DEL MERCATO DELL’AUTO

I dati riguardanti la crisi automobilistica avvenuta nel 2008, che ha coinvolto le principali industrie di autoveicoli mondiali, negli ultimi anni hanno fatto registrare una leggera ripresa per le industrie americane (come la General Motors e il Gruppo Chrysler, la cui maggioranza oggi è di proprietà della Fiat) e per quelle cinesi o giapponesi (come la Toyota), il che non si può dire di quelle europee che che fino a poco tempo fa continuavano a dare riscontri negativi. Uno dei paesi maggiormente colpiti è stato l’Italia che dal 2007 al 2013 ha fatto registrare un calo delle immatricolazioni del 48% passando da 2.490.000 auto vendute nel 2007 a 1.304.000 nel 2013.La crisi automobilistica però non ha coinvolto solo il calo delle vendite delle auto bensì ha provocato maggiori danni all’interno dell’economia di ogni pause in qunto il taglio dei costi del personle e in alcuni casi la chiusura di filiali ha provocato un aumento della disoccupazione per non parlare poi dei danni riguardanti l’indotto. Se oltre a ciò consideriamo che solo questo settore in Italia produce il 12% del PIL e contribuisce al gettito fiscale per circa il 16,8% si intuisce subito quanti problemi ha provocato al livello nazionale questa crisi; ma non è da sottovalutare il fatto che proprio l’aumento della pressione fiscale degli ultimi anni e l’eccessiva burocrazia del paese hanno rappresentato un costo troppo elevato per numerose aziende.
Secondo il Wall Street Journal il problema delle case automobilistiche europee è dovuto al fatto che continuano a mantenere fabbriche e dipendenti di cui non hanno bisogno e che le misure alternative adottate come dismettere la produzione di vecchi modelli, mettere migliaia di dipendenti in cassa integrazione e investire su mercati emergenti non sia sufficiente per risanare la crisi.
La cause della crisi vanno però ricercate nel continuo impoverimento del ceto medio e nella diaspora tra povero e ricco sicché gli acquisti di auto passano dai Low cost (con prezzi bassissimi) a quelli premium (con prezzi altissimi).
Inoltre le 4 ruote oltre a rappresentare un costo molto elevato per ogni famiglia non è più così indispensabile per la mobilità grazie al crescere dei treni super veloci e dei voli Low cost e alla difficoltà nello spostarsi all’interno di grandi metropoli (dal 2008 al 2014 il parco circolante delle auto nelle città metropolitane è diminuito del 6.7%).

Meno macchine vendute non significa però meno macchine in circolazione, l’Italia continua infatti ad attestarsi tra i primi paesi al mondo per numero di auto ogni mille abitanti un chiaro sintomo di saturazione del mercato, per tale motivo le industrie dovrebbero puntare sull’innovazione in particolare sulle auto a inquinamento zero molto apprezzate dagli europei.
Nonostante gli anni di profonda crisi però gli investimenti europei sui mercati emergenti nel 2014 iniziano a dare i primi frutti e anche in Europa il numero delle immatricolazioni di auto inizia a crescere anche se questo non si può dire per l’Italia che si attesta agli ultimi posti della classifica, frutto però di una cattiva politica effettuata dagli ultimi governi italiani.

OSPECA

SILVIA DE SANTIS

IL SENATO CAMBIA PELLE

Si stanno svolgendo in questi giorni al Senato le operazioni di voto concernenti il disegno di legge costituzionale n.1429-B, di riforma della parte II della Costituzione.Il disegno di legge in questione è già stato approvato alla Camera e al Senato in prima lettura e, se nuovamente approvato in questi giorni al Senato, tornerà nuovamente alla Camera per la seconda votazione, conformemente a quanto sancito dalla Costituzione ai sensi dell’ art 138.

Diverse le innovazioni previste nel disegno di legge Boschi (così chiamato dal Ministro per le riforme costituzionali, firmatario del provvedimento) , tutte condensate nel titolo del ddl cost. :

” Disposizioni per il superamento del bicameralismo paritario, la riduzione del numero dei parlamentari, il contenimento dei costi di funzionamento delle istituzioni, la soppressione del CNEL e la revisione del titolo V della parte II della Costituzione”.

Tra queste, è sicuramente il superamento del bicameralismo perfetto ed il conseguente mutamento di natura e ruolo del Senato a destare maggiore interesse, in quanto cambiamento non di facciata, ma vera e propria rivoluzione nel futuro iter di approvazione legislativa.

Come è noto, infatti, le modalità di formazione delle leggi sono stabilite dalla Costituzione agli art 70 e ss, e lo stesso articolo 70 recita che ” la funzione legislativa è esercitata collettivamente dalle due Camere” : ecco perché, nella dottrina costituzionale, si è soliti parlare di bicameralismo perfetto, proprio perché l’iter di formazione e approvazione delle leggi prevede, fino ad ora, un pari ruolo di Camera e Senato.

La scelta dei padri costituenti del 1948 rispondeva all’esigenza di assicurare una maggiore ponderazione ed anche un maggior tecnicismo nell’esercizio della funzione legislativa, svolgendo il Senato il ruolo di “Camera di riflessione” o di “raffreddamento”, secondo espressioni divenute ormai note nella migliore dottrina costituzionalista.

Le lungaggini, tuttavia, e gli elementi di eccessiva farraginosità insiti in un sistema che, per quanto invidiabile, inevitabilmente limita la celerità e l’efficienza del sistema legislativo

( ‘eccessivo ricorso alla pratica dei decreti legge governativi ne sono una prova evidente) , hanno spinto il Governo Renzi ad una riforma dell’attuale impianto costituzionale.

Quali saranno dunque le nuove funzioni del nuovo Senato?

Si tratta delle funzioni indicate nell’art 1 del disegno di legge di riforma, e precisamente :

• concorso alla funzione legislativa solo “nei casi e secondo le modalità stabiliti dalla Costituzione ” ( indicati nel nuovo art 70 Cost.)

• poteri di raccordo tra lo Stato e gli enti costitutivi della Repubblica e tra questi ultimi e l’Unione Europea ;

• partecipazione alle decisioni di formazione e attuazione degli atti normativi europei e alle politiche europee ;

• valutazione delle politiche pubbliche e delle attività delle pubbliche amministrazioni.

A cambiare, inoltre, non sono soltanto le funzioni ma anche la composizione del nuovo Senato.

In base all’art 2, infatti, la nuova Camera delle Autonomie non sarà più formata da 315 senatori bensì da 100, di cui 95 rappresentanti delle istituzioni territoriali ( 74 consiglieri regionali e 21 sindaci) e 5 nominati dal Presidente della Repubblica. La durata del mandato di questi senatori coinciderà con quella dei componenti degli enti territoriali.

In base ad un emendamento frutto di un accordo interno tra la maggioranza, poi, lo stesso art 2 ha sancito le modalità di elezione di tali senatori, sancendo che essi saranno eletti non direttamente dai cittadini, bensì dai consigli regionali, i quali dovranno sceglierli “tra i propri componenti e, nella misura di uno per ciascuno, tra i sindaci dei Comuni dei rispettivi territori”. La ripartizione dei seggi tra le Regioni sarà “in proporzione alla loro popolazione” e nessuna Regione potrà avere meno di due senatori.

Approvati, dunque, in Senato gli illustrati art 1 e 2 del disegno di legge, l’esame di quest’ultimo andrà avanti nei prossimi giorni e settimane con le votazioni sugli articoli seguenti, con l’obiettivo di cambiare, e migliorare, l’attuale assetto costituzionale.

OSPECA

SIMONE CIMA & MICHELE MACCARELLI