BANK OF ENGLAND

The Bank of England, la banca centrale del Regno Unito è conosciuta anche come la “Old Lady di Threadneedle Street.
Riguardo alla sua fondazione, su molte fonti ufficiali, compreso lo stesso sito web della banca si cita l’anno 1694, anche se da alcuni documenti emerge come fu un pirata, William Paterson, che fece emergere la necessità di una banca centrale
privata in un suo scritto intitolato ““A Brief Account of the intended Bank of England”.
Il 21 giugno 1694 si aprirono le liste di sottoscrizione della banca, che aveva un capitale di 1.200.000 sterline. Il seguente lunedì questa somma era stata interamente sottoscritta.
Nata quindi come ente privato, la banca venne nazionalizzata dopo la seconda guerra mondiale.
Nel 1997 il Parlamento votò per dare una maggiore indipendenza operativa all’istituto di credito con il compito di mantenere la stabilità dei prezzi, che era stata la sfida macroeconomica più importante dei due decenni precedenti.
Successivamente, a seguito della crisi finanziaria del 2013 si è reso evidente come fosse necessario un nuovo approccio alla regolamentazione finanziaria del Regno Unito, facendo si che i poteri della Banca Centrale d’Inghilterra fossero
ulteriormente ampliati.
Questo per certi aspetti può essere visto come un ritorno al ruolo che la Banca esercitava in passato, anche se attualmente le sue responsabilità sono chiaramente definite dal Parlamento.
Tuttavia, in generale, le attività della Banca Centrale d’Inghilterra riguardano la promozione ed il mantenimento della stabilità monetaria del Regno Unito, la conduzione di una politica di cambio, l’assicurazione della distribuzione di sterline in Inghilterra ed in Galles e l’effettuamenteo di prestiti alle banche commerciali.
Recentemente, la Banca Centrale Inglese ha pubblicato un documento nel quale si dissocia dalla teoria quantitativa della moneta il cui messaggio di fondo è molto chiaro: “Tutto quello che avete imparato sulla moneta dai libri di testo di economia
è sbagliato”.
A differenza della spiegazione abituale, secondo la BoE, le banche centrali non hanno un controllo diretto tanto meno un’azione diretta sulla quantità di moneta, ma possono solo fare leva ritoccando il prezzo del denaro, ovvero il tasso d’interesse.
In poche parole la Bank of England con questo documento ha smontato il concetto della teoria classica della moneta.
Ai tempi del Gold Standard il discorso era diverso, i soldi erano rapportati all’oro presenti nei caveau.
Adesso, invece, in periodo di trasferimento elettronico, il denaro proviene dallae banche commerciali e dai prestiti.
In questo modo, ha ammesso che gli istituti centrali non possono creare il denaro e che quindi tutta l’attività di sostegno promossa dalla Federal Reserve in particolare si basa su una teoria sbagliata.
La maggior parte del denaro in circolazione non è creato tramite le le macchine da stampa delle banche centrali, ma dalle banche commerciali stesse.
Le banche creano denaro ogni volta prestano a qualcuno o acquistano un bene e questo è in contrasto con descrizioni presenti in alcuni libri di testo: la Banca d’Inghilterra non controlla direttamente la quantità di base né quella aggregata.
Eppure da anni gran parte dei media spiega che sono proprio le banche centrali ad avere il timone della nostra economia.

OSPECA
Fabio Morelli

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THOMAS ROBERT MALTHUS

Thomas Robert Malthus, economista inglese, studioso di problemi sociali, era molto attento all’analisi della situazione sociale del suo tempo. Ebbe una formazione spirituale ispirata ai principi svolti da J.J. Rousseau, ma, influenzato da Hume, Wallace, Townsend, si formò rapidamente la convinzione che il disagio economico dei suoi tempi non derivasse dall’organizzazione sociale, e che, pertanto, nessun progetto di riforma fosse mezzo idoneo ad alleviarli. Economista ed demografo inglese, sosteneva la tesi secondo la quale la popolazione tenderebbe a crescere più rapidamente dei mezzi di sussistenza, quando appunto non vi sono freni che ne ostacolano il suo libero sviluppo. Proprio per questo propose di sostituire a quelli che erano i freni ‘’naturali’’ come guerre, epidemie, mortalità infantile, freni di carattere morale, ovvero una vera e propria limitazione delle nascite. Le sue osservazioni partono da uno studio delle colonie inglesi nel New England, dove appunto la disponibilità ‘’illimitata’’ di nuova terra fertile, ha permesso uno sviluppo ‘’naturale’’ della popolazione, con una progressione quadratica mentre, dove ciò non è possibile, si verificano periodiche carestie con conseguenti epidemie. Inizialmente Malthus pubblico nel 1798 a Londra, in forma anonima, ‘’An essay on the principle of population as it affects the future improvement of society’’. Questo primo scritto che aveva le dimensioni di un opuscolo, era caratterizzato da polemiche di tipo sociale contro i sostenitori di qualsiasi riforma sociale, e specialmente contro W.Godwin, perché Malthus riteneva non solo che le riforme sociali fossero disadattate ad alleviare la miseria della popolazione, ma anche capaci di aggravarla, se ispirate a principi statalistici o socialisti. Malthus affermava che il miglioramento economico avrebbe stimolato nelle classi lavoratrici l’incremento demografico, il quale a sua volta avrebbe in definitiva peggiorato le condizioni dei lavoratori. Nella pubblicazione del 1798, indicò le cause dalle quali a suo parere deriva il disagio sociale: ogni specie di esseri viventi tende ad accrescersi con un ritmo più rapido di quello consentito dai mezzi di sussistenza aumentando da una parte in maniera aritmetica, per le risorse, e geometrica per la popolazione. Arrivati ad un punto critico, oltre il quale non si ha più la possibilità di sfruttare le risorse, per le forme di vita ormai presenti, si innescherebbe un processo di lotta per la sopravvivenza, dove la morte diventerebbe così il castigo dei vinti. Preoccupato di dare una dimostrazione storica alla sua enunciazione, Malthus si accinse alla ricerca di dati che raccolse in molteplici viaggi, dati che però furono contraffatti al fine ultimo di sostenere la sua tesi.
Nel 1803 uscì così la seconda edizione del saggio che perse il carattere di opuscolo per assumere la veste di trattazione sistematica, elaborata in seguito nelle successive edizioni (1806, 1807, 1817, 1826). La tesi già enunciata si arricchì specialmente di una trattazione sui freni all’aumento della popolazione, ai quali, in precedenza non si era fatto riferimento, se non raramente. Il ritardo all’incremento demografico sarebbe dato da una serie di freni repressivi e da una serie di freeni preventivi, che si riassumono nel vizio e nel cosiddetto ritegno morale.
A questo attribuì il significato di una limitazione volontaria delle nascite, conseguita senza mezzi immorali, e ispirato al principio per cui nessun uomo dovrebbe procreare dei figli se non è in grado di mantenerli. Nella seconda edizione del saggio, anziché dare una dimostrazione storica della tesi, è singolare che vada verso una critica di origine politica, sostenendo il ritegno morale come soluzione del problema sociale e affermando la necessità di una larga propaganza della sua dottrina, per rafforzare il freno preventivo alla procreazione.
La tesi malthusiana ebbe notevoli favori da parte dei seguaci di Malthus, già con J. S. Mill scrittore non insensibile a sentimenti umanitari, si trova l’enunciazione del fondo salari, da cui poi in seguito sarà derivata la pessimistica legge ferrea. In opposizione a Malthus e i sui seguaci, vi erano però tutti i socialisti, con numerose critiche, intenti ad affermare la necessita di riforma delle istituzioni sociali, anche perché se da un lato si vede l’intento di cercare la risoluzione della povertà, o perlomeno di alleviarla, la tesi malthusiana ha delle basi prettamente aristocratiche. A dimostrare l’incompatibilità delle due progressioni, e di aver deplorato l’incoerenza del metodo malthusiana, fu un italiano, A.Messedaglia. Ovviamente le critiche arrivarono da più fronti, compreso quello dei neo-malthusiani, i quali per sostenere lo stesso principio di politica demografica non si vecero troppi scrupoli a rovesciare le affermazioni di Malthus. A. Loria, sostenendo che il fattore della procreazione è dominato da fattori di carattere economico, affermò che le condizioni di estrema povertà, lontane dalla risoluzione del problema dell’incremento della popolazione, come sosteneva Malthus, sono causa di ulteriori incrementi demografici.
Benché il nome di Malthus sia legato alla teoria della popolazione, il pensiero economico più recente, particolarmente per l’influenza di Keynes, ha dato crescente rilievo alla sua posizione critica nei confronti di Ricardo, alla esigenza da lui sottolineata di tener conto dei fatti monetari e di una possibile formazione ‘’eccessiva’’ di risparmio, nelle spiegazioni delle oscillazioni cicliche. Malthus si gravò di una posizione antistorica nella difesa delle rendite e dei consumi dei proprietari terrieri, come elemento di sostegno della domanda effettiva. Proprio in conseguenza a questo emersero le incomprensioni sul campo economico.

LA TEORIA DI RICARDO

Celebre economista inglese nato a Londra nel 1772 morì nel 1823, David Ricardo è uno dei massimi esponenti della scuola classica. Figlio di un banchiere ebreo, accumulò una considerevole fortuna prima come agente di cambio, poi come banchiere e, nel 1819, venne eletto alla camera dei comuni.
Si possono distinguere due tappe successive nello sviluppo del pensiero di questo economista classico, la prima delle quali inverosimilmente esordisce, secondo tale congettura, nel 1814, con un appunto sui “profitti del capitale”, andato perduto, e si conclude con il Saggio sull’influenza del basso prezzo del grano sui profitti, pubblicato nel 1815. Ad essa segue la seconda tappa che ha inizio con la critiche di Malthus al “modello del grano”, e si conclude con la redazione dell’opera Sui principi dell’economia politica e della tassazione del 1817, nonostante Ricardo abbia continuato a riflettere sui diversi aspetti del problema sino agli ultimi giorni della sua vita.
Si può affermare che la “tesi fondamentale” sulla quale Ricardo concentrò la sua analisi, la quale, in estrema sintesi, individua il limite alle possibilità dello sviluppo capitalistico nella scarsità e nei rendimenti decrescenti delle terre fertili, disponibili per la produzione di alimenti. La crescita della popolazione, stimolata dall’accumulazione del capitale, induce la coltivazione di terreni via via meno fertili, causando a sua volta una caduta del saggio di profitto. Ma poiché il livello del saggio di profitto è proporzionale al tasso di accumulazione del capitale essendo pari, per definizione, al rapporto tra profitti e capitale anticipato, questo processo produce l’effetto di un graduale rallentamento del processo di sviluppo stesso, fino al raggiungimento dello stato stazionario.
Per l’importante ruolo svolto dalla determinazione del saggio di profitto nel regolare il funzionamento concorrenziale dell’economia capitalistica, nonché nel processo di sviluppo economico, essa costituì un aspetto centrale della costruzione analitica di Ricardo e per la stessa venne avvertita dall’ autore la necessità di un’analisi del valore di scambio che spiegasse adeguatamente la formazione dei prezzi delle merci.
Il problema del valore, dunque, iniziò ad esser oggetto di studi approfonditi da parte di Ricardo dopo la pubblicazione del Saggio sull’influenza del basso prezzo del grano sui profitti, ed, in particolare, successivamente alla critica mossa da Malthus all’intera argomentazione ivi espressa nella quale Ricardo, ai fini della determinazione del saggio di profitto autonomo rispetto alla variazione dei prezzi, aveva espresso le sue due componenti, – capitale anticipato e profitti – in termini di quantità fisiche di una stessa merce, il grano, in modo da essere omogenee tra loro e da poterne calcolare il rapporto, aggirando peraltro il problema sorto nel determinare il valore dei prezzi relativi dei beni che entrassero nel capitale anticipato e nel sovrappiù, per poi poter calcolare il valore dei profitti e del capitale anticipato, e quindi il saggio di profitto.
Il passaggio dal Saggio sull’influenza del basso prezzo del grano sui profitti ai Principi di Economia politica può essere facilmente compreso se si tiene conto degli obiettivi teorici che Ricardo si propose di raggiungere nella prima opera e delle difficoltà analitiche in cui incorse. In dettaglio, il primo obiettivo consisteva nell’illustrare i vantaggi che l’intera nazione avrebbe conseguito in seguito ad un’eliminazione delle restrizioni legali all’importazione di grano; il secondo consisteva nella dimostrazione che il profitto e la rendita erano, nell’ipotesi di un livello salariale costante, forme di reddito antagoniste: con il procedere dell’accumulazione del capitale, a causa dei rendimenti decrescenti della produttività del lavoro agricolo, il saggio di profitto era infatti condannato alla diminuzione in favore di una crescita continua delle rendite. Orbene, in entrambi i casi, si trattava di dimostrare che l’aumento del prezzo del grano derivante da dazi all’importazione o da difficoltà nella produzione agricola, causasse dei danni irreparabili al processo di sviluppo e che, viceversa, i profitti generali del capitale potevano essere aumentati solo da una diminuzione nel valore di scambio dei viveri, la quale avrebbe potuto derivare o da una riduzione dei salari reali, il che avrebbe senz’altro messo l’agricoltura in grado di portare al mercato una maggiore eccedenza del prodotto, oppure dall’introduzione di innovazioni tecnologiche in termini di attrezzi o di tecniche che avrebbero consentito anch’essi un aumento quantitativo del prodotto, o ancora dalla scoperta di nuovi mercati, da cui il grano poteva essere importato ad un prezzo minore rispetto a quello a cui poteva esser coltivato all’interno.
Malthus ritenne che l’utilizzo del grano come unità di misura al fine di ottenere grandezze omogenee rappresentasse un’ipotesi tanto irreale quanto impraticabile perché il capitale ha una composizione merceologica differente da quella del prodotto, dal momento che in ogni processo produttivo si utilizzano mezzi di produzione eterogenei tra loro rispetto ad esso. Il profitto doveva dunque necessariamente scaturire da un confronto tra valori e non da una comparazione tra aggregati di prodotti e tale circostanza aveva peraltro degli effetti non trascurabili sul saggio generale di profitto.
Ricardo non sottovalutò tali critiche e iniziò ad affrontare il problema del valore e dei prezzi in una prospettiva più generale, attraverso la stesura dell’opera intitolata Sui principi dell’economia politica e della tassazione la cui prima edizione fu pubblicata nel 1817 e nel cui primo capitolo espose la sua teoria del valore-lavoro sostituendo il lavoro al grano come grandezza nei cui termini esprimere il prodotto, il salario e il surplus. All’interno di questa rielaborazione concettuale il profitto venne concepito come differenza residua tra la quantità di lavoro necessario a produrre i mezzi di sussistenza della forza lavoro e la forza-lavoro complessiva, dipendente «dalla proporzione del lavoro annuale del Paese…volta al mantenimento dei lavoratori. In termini di valore, la tesi che i profitti cadano a causa della decrescente produttività del lavoro, espresso in grano, si traduce nella forma secondo cui i profitti cadono a causa dell’aumento del valore del grano, e dunque del salario, in rapporto ad altri prodotti.
Nel percorso di analisi del problema del valore, Ricardo accettò la distinzione smithiana tra valore d’uso e valore di scambio, rifiutando il primo come «misura del valore di scambio, sebbene sia assolutamente essenziale a tale valore» e approfondendo il secondo con maggior rigore.
Tuttavia, rimproverò a Smith il fatto che nella sua teoria non fosse rinvenibile un univoco termine misurativo del valore di scambio delle merci e che fosse caduto in errore distinguendo la causa del valore dalla misura del valore stesso. In particolare, Smith distinse tra lavoro contenuto, inteso come unità di misura del valore di scambio nella società pre-capitalistica in cui il lavoratore era anche proprietario dei mezzi di produzione nonché del prodotto del suo lavoro, contraddistinguendosi dunque per la corrispondenza tra causa del valore e misura del valore, dal lavoro comandato, definibile invece come espressione misurativa del valore di scambio nella società capitalistica, caratterizzata dall’accumulazione del capitale, dalla privatizzazione della terra e dal lavoro salariato in cui causa del valore e misura del valore non corrispondono perché, pur rimanendo il lavoro incorporato la causa del valore di scambio, la necessità di remunerare non soltanto il lavoro ma anche gli altri due fattori produttivi – terra e capitale – rendeva necessaria una misura del valore con un’unità di conto diversa, rappresentata dalla quantità di lavoro che ciascuna merce comanda sul mercato. Così, secondo Smith, in un’economia capitalistica ogni merce aveva un prezzo naturale dato dalla somma dei saggi naturali del salario, del profitto e della rendita e questa somma comandava una quantità di lavoro maggiore di quella incorporata3. Questa conclusione per Ricardo era viziata da due errori logici. In primo luogo, se i valori di scambio fossero stati misurati dalla quantità di lavoro che ciascuna merce poteva comprare sul mercato si sarebbe misurato il valore di scambio di una merce con un altro valore di scambio del lavoro, il salario. Sarebbe, in tal caso, rimasto aperto il problema della determinazione di che cosa a sua volta misurava il salario, cioè il valore del lavoro. Il secondo errore logico scaturiva dalla seguente circostanza: ogni merce, seguendo Smith, era prodotta con una quantità data di lavoro incorporato. Il capitalista acquistava questa quantità di lavoro al saggio naturale di salario, e sulla somma erogata calcolava il saggio naturale di profitto. In tal modo, facendo astrazione dalla rendita, perveniva al prezzo naturale di vendita. Poiché il saggio naturale del profitto era calcolato dai capitalisti in proporzione alla quantità di lavoro acquistata, era solo quest’ultima quantità a determinare il rapporto di scambio fra due merci e non certo l’ammontare del saggio di profitto, per cui la causa dei valori relativi doveva necessariamente coincidere con la loro misura, anche se il ricavato della vendita dei beni non andava per intero ai lavoratori. In conclusione, allora, Ricardo riscontrò che anche nella società capitalistica ciò che faceva variare il valore di scambio di ogni merce era unicamente il lavoro contenuto, perché la maniera in cui il ricavo di vendita di una data merce veniva di volta in volta diviso tra le principali classi sociali non implicava alcuna variazione nel valore relativo della merce stessa.
L’analisi della distribuzione dei redditi servì a Ricardo per formulare una teoria “pessimistica” dello sviluppo economico capitalistico. Posta come condizione allo sviluppo stesso l’esistenza di un saggio di profitto sufficientemente elevato da permettere un’adeguata accumulazione di capitale e quindi un aumento della produzione, l’economista inglese rilevò che la tendenza del saggio di profitto a diminuire, in quanto la necessità di coltivare terre sempre meno fertili in seguito allo sviluppo demografico avrebbe determinato da una parte un aumento della rendita e dall’altra un aumento del prezzo delle derrate alimentari e quindi dei salari correnti, avrebbe frenato lo sviluppo economico.
Di notevole importanza sono anche i contributi di Ricardo alla teoria del commercio internazionale e alla teoria monetaria. In sostanza, Ricardo, pur condividendo i princìpi liberistici di Adam Smith, non ritiene che la legge della domanda e dell’offerta possa condurre ad un’equa redistribuzione della ricchezza: a tal proposito, Ricardo individua due fattori di squilibrio. Il primo è dato dal rapporto tra la rendita fondiaria, cioè il reddito prodotto dalla proprietà della terra, e la crescita demografica. Per sfamare la popolazione sarà necessario coltivare anche i terreni meno fertili, con maggiori costi di lavoro e una minore rendita. Poiché la popolazione crescerà sempre di più, sarà sempre più vasto il ricorso a terreni sempre meno fertili con rendite sempre più basse. Per questa via la “rendita differenziale”, ovvero la differenza tra la rendita dei terreni più fertili e quella dei terreni meno fertili diverrà sempre più grande. Il secondo fattore di squilibrio economico/sociale è dato dalla cosiddetta legge ferrea dei salari, secondo la quale, in base alla legge della domanda e dell’offerta, i salari tendono ad abbassarsi sempre più, per attestarsi al mero limite di sopravvivenza del lavoratore.

I NEOCLASSICI

Il pensiero neoclassico si pone su una linea di continuità rispetto alla tradizione classica, tuttavia il metodo utilizzato è completamente diverso.
Contrariamente al pensiero classico, chi aveva affrontato l’analisi economica partendo da grandi aggregati collettivi, la teoria neoclassica conduce la sua analisi esaminando il comportamento del singolo individuo.
Per i neoclassici la società è composta da singoli operatori indipendenti (imprenditori, lavoratori, consumatori) supponendo che ogni individuo si comporti in modo razionale, cercando di perseguire il massimo benessere individuale, dunque l’imprenditore cercherà di ottenere il massimo profitto possibile mentre il lavoratore, in base al reddito conseguibile, sceglierà se dipendere da un’azienda o lavorare in proprio (imprenditore, artigiano etc etc), infine il consumatore deciderà come spendere e risparmiare al meglio il suo reddito in modo da arrivare al massimo benessere a lui consentito.
La determinazione delle quantità prodotte, consumate e risparmiate dai singoli soggetti avviene attraverso il cosiddetto principio marginalistico; il metodo marginalista, basato sull’uso della matematica, consiste nella determinazione delle quantità scelte dai singoli operatori attraverso l’esame di piccole variazioni (appunto “marginali”) della quantità medesima. Tale metodo conduce all’individuazione delle scelte ottime dei soggetti attraverso il confronto tra il beneficio e il costo (marginale) ottenuto modificando in maniera infinitesimale una data scelta.
La determinazione delle grandezze macroeconomiche avviene attraverso l’incontro sul mercato dei singoli operatori, ossia attraverso l’incontro tra domanda e offerta . Condizione importante per far funzionare questo sistema è che nel mercato viga un regime di concorrenza perfetta, caratterizzato da un elevato numero di offerenti e acquirenti, dall’omogeneità del prodotto e dalla libertà di ingresso nel mercato.
Per i neoclassici, inoltre, i risultati raggiunti dal mercato rappresentano una situazione di massima efficienza e di massima equità. Per quanto riguarda il primo aspetto, si ha un efficienza in senso tecnico, e un’efficienza in senso economico, in quanto l’insieme dei prodotti risponde esattamente alle preferenze dei consumatori. Per quanto riguarda l’equità, il sistema remunera ciascuna risorsa in base al contributo dato alla produzione.
Prima di passare alla descrizione del modello neoclassico va precisato che tale analisi sarà condotta esclusivamente a livello macroeconomico; cioè esamineremo i meccanismi che conducono alla determinazione delle grandezze del sistema economico nel suo complesso (produzione totale, risparmio e investimento complessivi, numero di lavoratori occupati etc etc).
All’origine del sistema economico neoclassico esistono tre dati di partenza:
• Le risorse disponibili (lavoro, terra, materie prime)
• La tecnologia (cioè le conoscenze tecniche)
• I gusti e le preferenze dei soggetti economici
Sulla base di questi tre dati la teoria neoclassica determina tutte le grandezze del sistema economico (quantità prodotta, consumi, risparmi, prezzi etc etc).
Il circuito ha inizio con l’attività degli imprenditori che acquistano i fattori produttivi, li combinano insieme e realizzano la produzione. Tale produzione rappresenta l’offerta; affinché vi sia una situazione di equilibrio è necessario che questi beni e servizi prodotti vengano acquisiti, è necessario cioè che vi sia una domanda equivalente. Vediamo quali sono le condizioni indispensabili affinché ciò avvenga: tutta la produzione realizzata si deve ripartire tra i soggetti che hanno contribuito alla produzione stessa, sotto forma di redditi.
I soggetti economici, generalmente, non consumano tutto il reddito guadagnato ma solo una parte, il resto viene quindi risparmiato.
Dunque non tutto il reddito si traduce in spesa, perciò le imprese potrebbero non riuscire a vendere tutto il prodotto realizzato. Esistono però altri soggetti, gli imprenditori, che spendono più del loro reddito, attraverso l’ottenimento di prestiti dalle banche. Con la somma presa in prestito essi acquistano i beni di investimento necessari per la produzione. Dunque la quota risparmiata da alcuni soggetti si può trasferire ad altri (gli imprenditori) tramite l’intermediazione bancaria. Gli imprenditori, quindi possono trasformare questi risparmi in domanda di beni di investimento e se ciò avviene la domanda complessiva dei beni è pari alla quantità offerta.
A questo punto occorre porsi una domanda: che cosa garantisce che i risparmi effettuati da alcuni soggetti si trasformino nell’acquisto di beni di investimento da parte degli imprenditori? Secondo i neoclassici i risparmi di investimento sono quantitativamente sempre uguali e quindi non vi sono problemi di squilibrio. Il compito di uguagliare i risparmi e gli investimenti è svolto dal tasso di interesse, infatti, per loro sia i risparmi che gli investimenti dipendono dal tasso di interesse. I risparmi possono essere considerati l’offerta di prestito, mentre gli investimenti la domanda di prestito; il tasso d’interesse possiamo invece considerarlo come il prezzo. Dunque, secondo la legge della domanda e dell’offerta, se il risparmio (offerta) è superiore all’investimento (domanda) il tasso d’interesse si ridurrà in modo da eguagliare risparmi e investimento; se invece la domanda è maggiore dell’offerta il tasso d’interessa aumenterà.
Un altro concetto fondamentale su cui si basano i neoclassici è rappresentato dalla legge degli sbocchi. Tale meccanismo è molto importante perché consente ai neoclassici di affermare che, qualunque sia la quantità prodotta, essa verrà sempre interamente venduta, in quanto una parte di reddito, come abbiamo visto, viene spesa nell’acquisto di beni di consumo, mentre la quota risparmiata si traduce sempre in acquisto di beni di investimento. Tale legge e il meccanismo di mercato che vi è connesso, consente di ottenere la piena occupazione di tutte le risorse disponibili e dunque anche del fattore lavoro. Per tale motivo in un sistema così fatto per i neoclassici non può esistere la disoccupazione involontaria. Se si determina una situazione di disoccupazione significa che l’offerta di lavoro è superiore alla domanda, dunque sempre per la legge della domanda e dell’offerta è necessario che il prezzo del lavoro, ossia il salario, venga ridotto. Questa riduzione, poiché rappresenta una diminuzione dei costi per gli imprenditori, induce questi ad assumere un maggior numero di lavoratori e in questo modo la disoccupazione scomparirebbe. Le imprese, con un numero maggiore di occupati aumenteranno la quantità prodotta. Questo aumento di offerta, grazie alla legge degli sbocchi, troverà sempre un aumento di domanda equivalete, e dunque non vi saranno problemi di merci invendute.
Per far si che tutto questo sistema funzioni il mercato deve essere basato sul libero scambio, tutti i prezzi devono essere perfettamente flessibili, ma principalmente lo Stato non deve intervenire nell’economia, ma limitarsi a gestire l’ordine e a garantire il rispetto dei diritti di proprietà.

J.M.Keynes: La teoria generale

Solitamente approcciamo il pensiero di Keynes ad un’idea evolutasi negli anni a seguito di crisi economiche e cambiamenti continui nei mercati e nei pensieri di molti economisti.
Lui è stato il primo a cambiare quello che era lo schema classico d’idea su reddito nazionale, disoccupazione, produzione, domanda, investimenti, tasso di interesse, spesa pubblica, facendo ricredere molti sul rapporto che vi è tra le varie componenti economiche.
Il suo pensiero fu, nel corso degli anni, a seguito anche della crisi del ’29, adottato e seguito da molte economie, soprattutto europee vedendo un po’ come innovativo e in grado di ristabilire la situazione economica dell’epoca.
Sostenendo l’intervento dello Stato nell’economia, al fine di risolvere il problema dell’occupazione, quindi di trovare una soluzione a quella che anche oggi è una vera e propria piaga sociale ovvero la disoccupazione, lo ha portato ad essere un vero e proprio rivoluzionario nel campo economico.
Keynes ha fondato il suo pensiero sulla domanda di beni e servizi generata da un sistema economico in un certo lasso di tempo, indicando così qual è il vero potenziale economico di un’economia globale o locale: la domanda aggregata.
La sua opera principale, Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta, spiega a pieno quello che è il suo pensiero, basandosi sulla domanda aggregata, indicando come la somma di consumi e investimenti portino all’ottenimento del reddito nazionale.
In circostanze di disoccupazione e una capacità produttiva nulla (o inutilizzata), dovremmo agire tramite un aumento dei consumi (spesa) e degli investimenti al fine di ottenere un incremento del reddito e quindi dell’occupazione.
Per molti Keynes rimane l’economista più influente dei nostri tempi e le sue opere, l’evento più significativo della scienza economica del ventesimo secolo. Per altri il suo pensiero è definito tramontato, la sua teoria sbagliata e ci ha addirittura portato ad una posizione precaria. Per Keynes il sistema come lo conosciamo, non funziona necessariamente bene, può infatti generare disoccupazione di massa e rimanere bloccato in tali condizioni indefinitamente o per periodi molto più lunghi. La rinuncia alla sua regolazione è quindi insensata, dato che è possibile farlo funzionare in modo tale da ottenere livelli di occupazione più soddisfacenti utilizzando politiche espansive e fiscali monetarie. D’altra parte vi sono coloro che ritengono tale teoria del tutto insensata, in quanto sostengono il sistema economico funzionale, eccetto periodi (brevi), se sui mercati si lascia spazio alla concorrenza senza la parte pubblica che interviene. Va detto che politiche come quelle keynesiane, a lungo termine avrebbero un riscontro decisamente negativo: le finanze pubbliche andrebbero deteriorando, entrerebbe in gioco l’inflazione e come risultato finale avere un aumento drastico della disoccupazione. Nel periodo successivo alla seconda guerra mondiale fu attribuito proprio a Keynes il merito di aver allontanato il pericolo della disoccupazione, con una relativa stabilità dei prezzi e una crescita economica decisamente sostenuta. Negli anni ’70 si ebbe un ribaltamento di fronte, in quanto la credibilità di Keynes venne meno. Molti governi e anche economisti lo colpevolizzarono, attribuendogli la piena responsabilità dell’inflazione sfrenata con l’immediata disoccupazione e del dissesto delle finanze pubbliche. Magari avrebbero prima potuto farsi un’analisi di coscienza analizzando anche i rischi che proprio Keynes non andava a nascondere o non menzionava, a proposito delle misure di espansione della spesa pubblica corrente. Da un po’ di anni a questa parte il prestigio di Keynes è tornato nuovamente alla ribalta, perlomeno nella zona europea, al fine di risolvere il problema sempre costante della disoccupazione che affligge l’Europa oggi come ai tempi di Keynes, anche se per dinamiche diverse, i sui testi sono stati nuovamente analizzati per cercare nuove soluzioni. Tralasciando per un momento le polemiche scaturite sul pensiero di Keynes, possiamo ricordare l’importanza dell’analisi macroeconomica, la generale accettazione degli schemi di contabilità nazionale e l’uguaglianza contabile tra risparmio e investimento, la più attenta considerazione della moneta come riserva di valore alternativa ad altre attività finanziarie, il ruolo più pregnante attribuito all’incertezza, alle aspettative e alla fiducia degli operatori. La stessa deflazione definita da Keynes come un male peggiore dell’inflazione moderata è oggi quasi condivisa in maniera generale ( anche dalla BCE, stando alle dichiarazioni ufficiali). La relazione macroeconomica tra domanda e offerta, oltre a radicali contrapposizioni, vi sono oggi posizioni decisamente variegate: da una parte i keynesiani ritengono che la domanda svolga un ruolo determinante, apparendo sempre più disponibili al non sottovalutare quello dell’offerta, e di conseguenza ad appoggiare proposte volte ad aumentare la flessibilità dei mercati dei beni e del lavoro. Dall’altro lato, pur continuando a privilegiare ampiamente gli aspetti relativi all’offerta e a negare ogni validità alle tesi del keynesismo, osservano con preoccupazione la persistenza della disoccupazione europea e non negano che le aspettative negative e la debolezza della domanda, che per lo più ritengono derivante da fiscalità eccessiva, ne siano almeno parzialmente responsabili. In entrambe le parti l’estremismo sembra un po’ meno accentuato, può quindi favorire il raggiungimento del consenso su alcune proposte particolari di politica economica anche se non lascia intravedere la possibilità di una nuova sintesi teorica. Le due visioni rimangono così ancora decisamente separate sul funzionamento del sistema economico lasciato a se stesso, se sia caratterizzato da instabilità molto forte e se sia o meno in grado di garantire una buona occupazione.
Le varie teorie economiche che vennero formulate da Keynes, si rifanno alla sua epoca dove appunto vi era una periodo di forte instabilità, uno spiccato tasso di disoccupazione. Vennero però, come altre teorie economiche considerate negli anni a seguire da paesi con una buona occupazione e una stabilità economica affermata. A favore di questi, vi era una buona crescita dei redditi reali, una moderazione salariale e bassa inflazione, una crescita regolare della produttività, un costo dell’energia decisamente ridotto, delle aspettative ottimistiche delle imprese, una sostenuta accumulazione di capitale, un buon funzionamento del sistema Bretton Woods e una stabilità dei cambi finanziari. Con tali condizioni, la regolazione macroeconomica avrebbe dovuto svolgere una funzione decisamente modesta. Ciò non avvenne anche per la troppa fiducia data da parte dei governi e dei keynesiani. La colpa ricadde subito sui pensieri di Keynes anziché su chi agiva. Durante il periodo storico però si è potuto constatare che tali eventi non siano isolati e di breve durata ma si ripetono nel tempo. Proprio alla base delle teorie di Keynes vi è l’ipotesi che tali eventi possano verificarsi e ripetersi. Ciò dovrebbe far sorgere l’idea o perlomeno il pensiero, di rianalizzarle in maniera molto accurata anziché prenderle come uniche dato anche che sono conclusioni di teorie basatesi su ipotesi opposte. Una tale rianalisi potrebbe portare anche alla formulazione di pensieri ignorati finora, analizzandoli e magari anche aggiornandoli. Era proprio Keynes che sosteneva l’utilità delle teorie economiche al fine di capire la realtà e adattarsi perciò ad essa. Lui stesso non si sentiva affatto obbligato a difendere ostinatamente e a oltranza le sue posizioni precedenti.