LA POCA PRODUTTIVITÀ DELL’EURO

L’Europa e la sua struttura non funzionano. Queste sono le parole di Peter Praet, capo economista della BCE, nel corso di una conferenza in Germania alla BVI Asset Management. L’Europa per come è strutturata non funziona, non essendo un’area valutaria ottimale dove gli shock asimmetrici non riescono ad essere riassorbiti, un esempio sono i tassi di disoccupazione dei paesi del sud. I dati hanno evidenziato come da quando è stata introdotta la moneta unica i tassi di crescita di tutta l’area sono passati dal 2,7% al 1.4%. Il fattore che più ha influito a tale fenomeno è stato la riduzione costante degli investimenti che ha portato al decremento della produttività. Diminuzione degli investimenti, diminuzione della produttività hanno influito negativamente, con tutte le crisi finanziarie, all’aumento della disoccupazione media che si attesta al 10,5%. Il grafico sottostante evidenzia anche come da vent’anni si sia allargata la forbice di produttività, quasi di di 20 punti, tra l’EU e gli USA. Gli Stati Uniti, grazie sia al QE anticipato, sia alla sua struttura risolta molto più competitiva a livello di produttività della zona Euro.


OSPECA

F.MARINARO

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MA LA NOSTRA EURORA

Unico parlamento e unico governo? No, grazie! Ci teniamo quelli nazionali (visto mai qualcuno si trovasse disoccupato da un giorno all’altro) ed in più aggiungiamo quello Europeo (affiancato da una buona Commissione) visto mai qualcuno avesse bisogno di lavoro. Secondo l’art.14 TUE il Parlamento Europeo è composto dai rappresentanti dei cittadini dell’Unione Europea. I membri sono eletti a suffragio universale libero, diretto e segreto. Il numero massimo dei parlamentari è 751; attualmente il loro numero è di 754 perché sono stati introdotti dei “parlamentari fantasma” che non hanno diritto di voto. La rappresentanza dei cittadini è garantita in modo degressivamente proporzionale, cioè i parlamentari espressi dai Paesi più grandi sono proporzionalmente in numero inferiore rispetto a quelli dei Paesi più piccoli con la presenza di però di due correttivi: a nessuno Stato possono essere assegnati meno di 6 seggi e non più di 96 seggi. La durata del mandato dei parlamentari è di 5 anni. L’organizzazione ed il funzionamento del Parlamento sono disciplinati dal suo regolamento interno che esso stesso adotta a maggioranza dei membri che lo compongono. Capito? Si danno regole da soli da buoni anarchici! E se le violano? Si fanno anche giustizia da soli; che bravi, sono autosufficienti ed indipendenti. Si organizza al proprio interno secondo dei gruppi che condividono le stesse idee politiche per un totale di 7 gruppi. Il Parlamento elegge al proprio interno un Presidente e alcuni vicepresidenti (insieme formano l’ufficio di presidenza); quest’ultimo a sua volta nomina un Segretario generale che è capo di un Segretariato che assiste l’ufficio di presidenza. La sede si trova a Strasburgo dove si tengono 12 sedute plenari mensili mentre quelle aggiuntive si tengono a Bruxelles. Il Parlamentari non possono essere ricercati, indagati, detenuti o perseguiti per le opinioni o i voti espressi nell’esercizio delle loro funzioni. Le delibere sono a maggioranza relativa con il numero legale raggiungibile con la presenza in aula di almeno 1/3 dei membri stessi, ma le delibere sono valide comunque a meno che a seguito di una verifica richiesta da un certo numero di parlamentari venga constatata la mancanza del numero legale effettivo; per le delibere più importanti come quelle in materia di bilancio viene richiesta la maggioranza assoluta dei componenti del Parlamento. Tra le principali funzioni ricordiamo il potere generale di discussione e in particolare in materia PESC, il potere legislativo insieme al Consiglio, la funzione di bilancio e di controllo politico sull’operato delle altre istituzioni e la nomina del mediatore europeo. Ma mi domando: perchè 500 milioni di cittadini europei dovrebbero desiderare e sostenere la Comunità Europea? Quali sono i vantaggi che, con la Comunità, i cittadini si aspettavano di avere? Cultura comune? Le culture sono rimaste diverse e la Comunità non è servita allo scopo di unificarle. Le varie nazioni hanno in comune solamente l’appartenenza ad una società di tipo consumistico. Protezione della moneta? In Italia i prezzi con l’Euro sono raddoppiati. Le oscillazioni della lira si autoregolavano nel mercato europeo. Lira forte? Buone importazioni. Lira debole? Buone esportazioni. Difesa verso la concorrenza degli altri continenti? Non è stato fatto nulla su questo importante fronte che era tra i più attesi dalla comunità. Uniformità di tasse? Non è successo. Uniformità dell’istruzione? Non è successo. Uniformità del costo dei prodotti e servizi? Non è successo. Uniformità delle leggi? Non è successo. Uniformità del sistema bancario? Indovinate? Non è successo. Uniformità della lingua? Non è successo neanche questo. Uniformità del sistema pensionistico? Non è successo e non succederà. Unico esercito? Non è accaduta neppure questa cosa, che era tra le più scontate e le più richieste dall’ONU. Tutte le nazioni europee vi hanno aderito? No, non tutte, anche se alcune hanno aderito “standone fuori”, come l’Inghilterra, tanto per complicare le cose. Unica Costituzione? No, non esiste, gli stati membri non l’hanno voluta. Sapete? Il diritto internazionale non sa neanche cosa siamo: chi ci definisce una vera e propria organizzazione internazionale e chi un embrione di Stato federale, caratterizzato dall’erosione, in materie di competenza dell’Unione, delle sovranità statali. L’unica cosa in comune è dunque la moneta, il denaro, i soldi, che però non hanno lo stesso valore nelle varie regioni della Comunità perchè i salari, le tasse e il costo della vita sono diversi. E figuriamoci. I fondatori sono partiti dal basso, il denaro, per unificare, anziché partire dai principi, cioè da una Costituzione unica, uguale in tutto il continente. La Costituzione non interessava, il denaro a quanto pare si. Ma allora che fare? Tornare indietro non è neppure previsto da nessuno dei migliaia di Trattati che ci impongono di ratificare. Tra i regolamenti e le direttive non si parla di nulla di tutto questo; non che ce ne freghi qualcosa ma almeno la cortesia di farci vedere che ci si prova. Insomma abbiamo buttato via 20 anni, come al solito. Tante chiacchiere, riunioni, congressi, libri, rimproveri, procedure d’infrazione ecc. Molti ci hanno guadagnato con la Comunità m sicuro non 500 milioni di cittadini. Ah dimenticavo, alle prossime elezioni europee andate tutti a votare che qualche capoccione di Bruxelles si è offeso perché non tutti si sono degnati di mettere una croce dove una croce non serve, non in queste condizioni per lo meno.

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MICHELE FASCETTI

DEBITO PUBBLICO EUROPEO

Ci siamo già occupati in questa sede del debito pubblico Europeo, cercando di spiegare la nuova normativa sulla diminuzione del debito dei governi nazionali introdotta nel patto di stabilità e di crescita dalla commissione Europea. In questo articolo vogliamo fare un passo indietro cercando le motivazioni che hanno indotto la politica comunitaria a concentrarsi pressoché esclusivamente sulla regolarità dei conti pubblici, tralasciando misure orientate allo sviluppo e alla crescita che avrebbero posto un freno alla disoccupazione nel vecchio continente. L’avversione all’utilizzo delle politiche economiche discrezionali è uno dei pilastri di tutte le teorie di stampo neoclassico, sviluppatesi da Smith in poi. La convinzione che il sistema economico tendesse automaticamente al reddito potenziale rendeva le politiche di bilancio inutili e dannose: un aumento della spesa pubblica ad esempio produrrebbe maggiore inflazione e si sostituirebbe alla spesa privata, senza creare benefici in termini di reddito o di occupazione. Uno degli ultimi lavori fondati su questo filone teorico è quello di Reinhart e Rogoff: “Growth in a time of debt” del 2010, che certificherebbe l’influenza negativa di un elevato rapporto debito-pil sulla crescita, e la conseguente necessità di ridurlo anche nelle fasi economiche recessive. Nel loro lavoro i due studiosi sostengono che quando il debito lordo estero raggiunge il 60% del Pil la crescita dell’economia cadrebbe di due punti percentuali, mentre per livelli di debito superiori al 90% del pil la crescita dello stesso sarebbe all’incirca dimezzata. Questo paper, uno degli unici che dimostrano empiricamente il legame tra debito pubblico e crescita, è stato accolto da subito con entusiasmo, al punto da ispirare la politica economica di molti governi, arrivando a giustificare la politica di austerity europea. Peccato che il lavoro di Reinhart e Rogoff, analizzato da tre economisti del Massachussets: T. Herndon, M. Ash e R. Pollin, si sia rivelato pieno di errori clamorosi che ne hanno minato il fondamento teorico.
Vale la pena allora ricordare il pensiero di Keynes, che qui risuona molto attuale:
“Le idee degli economisti e dei filosofi politici, tanto quelle giuste quanto quelle sbagliate, sono più potenti di quanto comunemente si creda. In realtà il mondo è governato da poco altro. Gli uomini pratici, che si ritengono completamente liberi da ogni influenza intellettuale, sono generalmente schiavi di qualche economista defunto.”
Tornando al debito, osservando il grafico vediamo come fino al 2008 questo si sia mantenuto attorno al 70% del pil, per poi assumere una dinamica al rialzo raggiungendo per l’anno 2013 il “pericoloso” livello del 90%. Detto questo, possiamo essere d’accordo con l’opinione dei paesi più virtuosi che sia necessaria una riduzione del rapporto debito-pil, ma questo non deve rappresentare né l’unico obiettivo né tantomeno quello prioritario. Anche perché a ben vedere il problema potrebbe essere risolto con una seria e determinata politica orientata alla crescita, che oltre a creare occupazione per milioni di giovani Europei ridurrebbe automaticamente l’ormai demonizzato Debito.

La disoccupazione europea

La disoccupazione in Europa è un fattore che sta divenendo sempre più allarmante. Sebbene negli ultimi mesi ci siano stati lievi segnali positivi per lo stanziamento del livello di disoccupazione nella zona euro all’11,9% (dal 12,0 % del febbraio 2013), considerare questi dati come l’incipit di un inversione di tendenza, sarebbe probabilmente
un errore. Si può poi, o meglio, si deve considerare che se l’area euro staziona all’11,9%, l’UE nel suo complesso, considerando quindi anche quei paesi che non hanno adottato l’euro (Gran Bretagna, Danimarca, Polonia ecc.), si pone al 10,6% (dal 10,9% del 2013). Questo farebbe sorgere qualche dubbio sulla capacità dell’euro di favorire l’occupazione. Secondo Eurostat poi sono circa più di 26 milioni i disoccupati nell’Unione Europea di cui circa 19 milioni nella sola zona euro.
L’Italia si attesta ufficialmente al 13,0% (oltre l’1,2% in più dal febbraio 2013) e nella zona euro sono
solamente cinque i paesi con un tasso di disoccupazione più alto: Cipro (16,7%), Spagna (25,6%), Portogallo (15,3%) Slovacchia (13,9%) e Grecia (27,5); mentre, nella zona non euro, sono solamente due: Bulgaria (13,1) e Croazia (17,6).
I più alti tassi di disoccupazione sono tutti in area euro.
Tuttavia, va poi considerato quanto siano effettivamente veritieri questi dati.
Queste cifre nazionali, infatti, non considerano una grossa fetta dei disoccupati: circa 8,8 milioni di persone sarebbe disposta a lavorare, ma ha smesso di cercare un impiego perché scoraggiata dalle prospettive di mercato; 9,2 milioni di persone, invece, sono occupati part-time, o altrimenti detti precari (circa 600 mila sono in Italia), che vorrebbero lavorare a tempo pieno.
Considerando quindi questi ultimi numeri si evince come ci siano circa 18 milioni di persone che non sono considerati disoccupati, per i criteri con cui si definisce la disoccupazione, ma che effettivamente lo sono o lo saranno presto.
Ritornando alla recente situazione italiana e ricollegandosi al discorso appena fatto va notato come il recente “Jobs Act” sia di fatto una riforma che aumenterà la precarietà.
Grazie ad uno dei punti del decreto, sarà infatti possibile aumentare da 12 a 36 mesi la durata dei contratti a tempo determinato senza causale, cioè quelli per cui non è obbligatorio specificare il motivo dell’assunzione.
Se riforme come questa aiuteranno a favorire l’occupazione è ancora presto a dirsi, ma sicuramente
contribuiranno a falsare ancora di più i dati sulla reale ed effettiva disoccupazione.

Disoccupazione e problemi del mercato del lavoro

“La disoccupazione si sviluppa perché la gente vuole la luna: gli uomini non possono essere occupati quando l’oggetto del desiderio è qualcosa che non può essere prodotta e la cui domanda non può essere facilmente ridotta. Non vi è alcun rimedio, salvo che persuadere il pubblico che il formaggio sia la stessa cosa e avere una fabbrica di formaggio sotto il controllo pubblico.”

J.M. Keynes

Il pensiero di Keynes sembra rispecchiare tutto ciò che si è verificato dopo la crisi finanziaria del 2008 e del debito del 2010. L’eccesso volere dell’essere umano di possedere più moneta ha portato a fortissimi squilibri di reddito tra individui fino a creare un alto livello di disoccupazione. Questi squilibri si sono accentuati per lo più nei paesi dove il tasso di innovazione, l’istruzione e il sistema legislativo sono poco dinamici ai cambiamenti della società, e l’Italia è uno di questi. Il tasso di disoccupazione italiano ha registrato dall’inizio del 2014 un tasso di occupazione, pari al 55,2% a fronte di un numero di disoccupati, pari a 3 milioni 307 mila ed è pari 13,0% con un aumento del 1,1% rispetto l’anno precedente.

Il fattore più preoccupante di questa fenomeno è come si distribuisce nelle fasce di età dove le più colpite sono quelle tra i 15-24 anni e la sua incidenza popolazione in questa fascia di età è pari al 42,3%. Questa tipologia di disoccupazione è un fenomeno molto preoccupante, infatti le opportunità di ottenere o conservare un impiego si sono radicalmente ridotte dal 2008 ad oggi. Dal 2008 al 2012 gli occupati tra i 15-29 anni si sono ridotti di 727 mila unità  e la tendenza è aumentata dal 2007 ad oggi, non solo in Italia ma anche nel resto dell’Europa.

I paesi europei hanno risentito tutti della crisi finanziaria ma i PIGS sono stati colpiti maggiormente da questo fenomeno.

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Aumento del tasso di disoccupazione giovanile in alcuni Paesi europei tra il 2007 e il 2013 (Fonte: Bce. Grafico a cura di Pierluigi Tolot)

 

Un altro fenomeno che insieme alla crisi ha contribuito all’aumento della disoccupazione in particolare quella giovanile è la mancanza di una struttura ben articolata di ricerca ed entrata nel mondo del lavoro. I dati elaborati dall’ISTAT evidenziano come i canali per la ricerca di lavoro dei giovani di età 15-29 sono quelli informali quale la rete di amicizie, parenti e conoscenti e diretta richiesta al datore di lavoro. Il 77% dei giovani utilizza la modalità degli amici, parenti e conoscenti per cercare lavoro e tale canale è aumentato del 4% dal 2008. I centri dell’impiego, che sono gli enti che dovrebbero trovare l’equilibrio tra domanda e offerta di lavoro, hanno contribuito a far trovare lavoro solo all’1,4% ai giovani e 2,2% nella totalità della popolazione evidenziando un grave problema di inefficienza strutturale nel mercato del lavoro italiano. Questa mancanza di efficienza da parte dei centri dell’impiego porta il nostro paese ad un inefficienza allocativa e produttiva. Nei paesi che compongono la zona EURO i centri dell’impiego hanno un ruolo rilevante nel trovare lavoro, infatti vengono utilizzati in media il 52,7% nella zona EU, in Germania l’81,2%, in Francia il 57% in Spagna il 32% mentre in Italia è il 33,7% per quanto riguarda quelli pubblici, mentre per quelli privati sono 22,9% per l’EU, 13,5% in Germania, 28% in Francia, 30,1% in Spagna mentre in Italia è il 19,6%.

Il problema della distorsione nel mercato del lavoro favorisce anche un problema per le aziende che nell’iter di selezione non sempre selezionano personale competente, portando cosi ad un problema di produzione poco efficiente con la seguente perdita di competività del nostro Paese.

 

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MAURO MARTINO